La “Grande Israele” si costruisce anche in Siria? Le incursioni oltre confine dell’Israel Defense Force (Idf) delle ultime settimane, gli attacchi e gli scambi di accuse e responsabilità sui fatti di sangue che hanno portato alla morte di diversi cittadini siriani sembrano inserirsi in una strategia di pressione di Tel Aviv su Damasco che è aumentata dopo la caduta di Bashar al-Assad nel dicembre 2024. Assad non era amico di Israele, certo, ma la sua presenza e la sua debolezza, assieme alla disunione del Paese, facevano comodo al divide et impera di Tel Aviv. Ora, una Siria a suo modo più unificata è però sotto la guida di Ahmad al-Sharaa, ritenuto da Israele la lunga mano della Turchia, nuova e crescente rivale strategica dello Stato Ebraico.
Per questo aumentano le pressioni su Damasco, per questo Israele inserisce nel grande gioco del contenimento anti-turco anche la disfida con il regime dell’ex leader di Hay’at Tahrir al-Sham e ex membro di Al Qaeda. Domenica c’è stata l’ultima serie di operazioni di questo tipo: Idf all’avanzata ad Abidin, vicino a Yarmuk, città importante non solo come perno geopolitico ma anche come leva per la partita del controllo delle fonti idriche, dove Israele avrebbe compiuto un’incursione contrastata da alcuni civili del luogo con lanci di pietre, a cui le forze armate di Tsahal avrebbero reagito usando l’artiglieria. “Secondo l’organizzazione locale Sijil, che monitora le operazioni israeliane in Siria, le forze israeliane hanno condotto circa 300 operazioni o violazioni nelle province di Daraa e Quneitra solo questo mese, tra cui 70 incursioni e 28 raid, a volte con l’arresto di residenti”,nota Al Arabiya.
Dal dicembre 2024 Israele ha inoltre esteso la zona d’occupazione in Siria creata nel 1967 con l’annessione non riconosciuta internazionalmente, se non dagli Usa, delle alture del Golan. Lo scenario vede un’espansione territoriale in profondità che ha l’obiettivo di creare, a detta del governo di Benjamin Netanyahu, un perno contro un regime ritenuto pericoloso perché di filiazione terroristica. In realtà si tratta di dettare una condizione di deterrenza alla temuta Turchia, con cui Israele si percepisce di confinare in un contesto che vede, dai Balcani al Corno d’Africa, Netanyahu e Recep Tayyip Erdogan muovere le rispettive pedine per giocare la partita della corsa alla costruzione di un impero d’area. Sintomatico il fatto che Israele si sia ben guardata dall’effettuare vasti raid in Siria prima della caduta di Assad, mentre dopo la fine del regime del Rais essi sono aumentati di numero.
Inoltre, Tel Aviv ha ripreso la strategia del divide et impera. Non a caso le mosse di pressione avvengono a Sud, dove è più forte la comunità drusa, che ha una diretta corrispondenza emotiva e politica con la controparte di oltreconfine. Israele si è eretta a paladina della Siria e fustigatrice di al-Sharaa quando le sue forze hanno (orribilmente) represso le rimostranze e le richieste druse di maggiore autonomia (furono i drusi a prendere per primi Damasco a fine 2024, peraltro). Ma non ha mosso dito quando, invece, furono gli Alawiti sulla costa ad essere repressi e massacrati nel 2025. Lo senario è critico e va alimentandosi di settimana in settimana. E attorno alla disfida turco-israeliana si gioca la (dis)unità di una Siria ancora al centro del mirino.
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