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Dopo le accuse degli attivisti alla Russia e alle forze siriane per i raid aerei che nella notte tra il 7 e l’8 giugno hanno provocato decine di vittime a Zardana, nel Rif nordorientale di Idlib, ora è Mosca a puntare il dito contro i ribelli.

Non usa mezzi termini il portavoce del ministero della Difesa russo, Igor Konashenkov, per accusare gli uomini dell’Esercito libero siriano di preparare un’aggressione con agenti chimici. L’obiettivo, assicurano da Mosca, sarebbe quello di far ricadere la responsabilità sulle truppe di Bashar al Assad e giustificare nuovi raid contro le truppe governative. A questo scopo, alcuni barili di cloro, secondo le fonti russe, sarebbero stati già trasferiti dai ribelli ad Hakl al-Jafrain, nella provincia di Deir Ezzor.

Si tratterebbe di una “grave provocazione”, secondo le parole di Konashenkov, organizzata con “l’assistenza dei militari delle forze speciali statunitensi”, che potrebbe dare il via ad un “nuovo attacco da parte dell’aviazione della coalizione internazionale” e ad “un’offensiva dei miliziani contro le truppe siriane sulla riva orientale dell’Eufrate”.

Nel frattempo, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha chiesto di fare chiarezza sui bombardamenti della scorsa settimana. In particolare, l’Osservatorio siriano per i diritti umani e Amnesty International avevano denunciato come il raid fosse stato messo a segno in due fasi, colpendo così anche il personale di soccorso giunto sul posto per assistere le vittime. Starà all’Onu ora verificare la dinamica esatta degli eventi. Ma da New York il segretario generale ha già espresso “profonda preoccupazione” e ha chiesto ai Paesi garanti del cessate il fuoco, Russia, Turchia e Iran, di “rispettare i loro impegni” e “gli obblighi del diritto umanitario internazionale”. 

La provincia di Idlib, infatti, abitata da circa 2,3 milioni di persone, tra civili e miliziani ribelli, è una delle “zone di de-escalation” stabilite dagli accordi di Astana. Venerdì il ministero della Difesa di Mosca aveva però negato qualsiasi coinvolgimento, bollando come false le accuse degli attivisti e denunciando, al contrario, l’utilizzo di armi pesanti durante gli scontri tra gli islamisti di Jabhat al-Nusra e Jaysh al-Ahrar che erano in corso nello stesso distretto.

L’escalation dei combattimenti che si è registrata dall’inizio del 2018 ad Idlib e nella Goutha orientale ha provocato un’impennata del numero degli sfollati interni, che ha toccato quota 920mila. Il dato si riferisce ai primi quattro mesi del 2018 ed è il più alto dall’inizio del conflitto siriano. Secondo le Nazioni Unite il numero complessivo dei profughi all’interno del Paese è salito a 6,2 milioni di persone, mentre sono 5,6 milioni i siriani che hanno chiesto asilo oltre i confini nazionali.

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