L’operazione militare della Turchia nella Siria settentrionale ha provocato le più svariate reazioni della comunità internazionale. C’è chi, come Emmanuel Macron, ha incontrato a Parigi un leader curdo siriano per far capire da che parte sta la Franchia, e chi – vedi Giuseppe Conte – si è detto “preoccupato per l’azione unilaterale” di Ankara in terra siriana. Ma c’è anche chi, come la Finlandia, ha scelto di lanciare un segnale più drastico. Il ministro finlandese degli Esteri, Antti Kaikkonen, ha scritto su Twitter che Helsinki “non esporta materiale di difesa per combattere o violare i diritti umani”, e che quindi “non saranno concesse nuove licenza di esportazione di armi dalla Finlandia alla Turchia”. Da Washington e Mosca, Trump e Putin hanno definito la mossa di Erdogan un errore strategico. All’appello non ha risposto un grande assente: la Cina. I media cinesi hanno riportato la notizia dell’attacco turco in modo sintetico, senza lasciare intendere cosa pensi Pechino dell’accaduto. Xinhua, l’agenzia di Stato, si è limitata a scrivere che “le forze armate turche e l’esercito nazionale siriano hanno lanciato un’operazione nel nord della Siria contro le unità di protezione del popolo curdo siriano” e che i soldati turchi si sono resi protagonisti di “ore di pesanti attacchi aerei e bombardamenti”.  Stranamente stringatissimo anche l’articolo del Global Times. Una domanda sorge spontanea: perché un Paese come la Cina, potenza ormai globale e influente, è fin qui rimasta in silenzio?

In silenzio per non rovinare gli affari

Il governo cinese ragiona in un modo diverso rispetto agli occidentali, soprattutto per ciò che riguarda la geopolitica. Mentre le cancellerie europee e gli Stati Uniti, nel bel mezzo di una disputa politica, sono soliti schierarsi subito da una parte o dall’altra, la Cina naviga in equilibrio tra i due fuochi, senza sbilanciarsi più di tanto. D’altronde, Pechino ha più volte rimarcato come non voglia farsi nemici, anche perché dove ci sono i nemici ci sono i conflitti, e di conseguenza le tensioni portano pessimi affari. Ed è proprio questa la chiave per comprendere il comportamento della Cina: gli affari. Sia la Siria che la Turchia hanno un ruolo di primo piano all’interno della Nuova Via della Seta, ed entrambi i Paesi saranno attraversati dalla rotta terrestre disegnata da Xi Jinping per collegare il Dragone all’Europa. Mentre Damasco fungerà da cintura economica, Ankara ospiterà una ferrovia che collegherà Teheran alla capitale; i treni, da qui, proseguiranno verso i Balcani sfruttando il già esistente tratto Ankara-Istanbul.

Una prateria politica da conquistare

Oltre alla questione economica, la Cina deve pensare a come espandere la propria sfera di influenza nel Medio Oriente senza “fare danni”, cioè evitando di alimentare tensioni, provocare guerre o destabilizzare i Paesi locali. L’approccio di Pechino è diametralmente opposto a quello attuato dagli Stati Uniti negli ultimi 20 anni, ed è un modus operandi cinico, silenzioso e affaristico (qualcuno la chiamerebbe realpolitik). La Cina sa che Washington le sta regalando una prateria in un’area strategica e sta cercando di conquistarla senza usare fucili e pallottole. Allargando il ragionamento all’intero scacchiere siriano, la scelta di Trump rischia di rivelarsi un clamoroso autogol perché senza il fardello americano Turchia e Iran non avranno più alcun freno statunitense. Ma Ankara e Teheran sono perfettamente inglobate nella Nuova Via della Seta cinese, e troveranno ad attenerle un nuovo equilibrio.

Tutti sotto la Cina

In poche parole, l’assenza degli Stati Uniti dal Medio Oriente potrebbe presto creare un “Frankenstein geopolitico”, cioè un blocco di Paesi prima rivali tra loro e ora uniti dalla promessa commerciale di Pechino. E in un simile contesto, ogni ingerenza cinese rischierebbe di rovinare un quadro perfetto. Sotto traccia, in Medio Oriente e in Asia Centrale, la Cina sta conquistando spazi politici ed economici vitali, e lo dimostrano le recenti prese di posizione di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. I due Paesi del Golfo fino a non molti anni fa erano stretti alleati degli Stati Uniti, ma oggi stanno guardando sempre di più verso Oriente. Evidentemente fare affari con la Cina rende di più e costa meno in termini di libertà e sottomissioni morali.