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Secondo un cliché tristemente noto, in ogni conflitto la verità è la prima vittima a cadere. La guerra iniziata in Siria nel 2011 e che pare oggi ancora infinitamente lontana dal concludersi con una pace duratura, non ha fatto eccezione. Oltre al fronte vero e proprio, la partita siriana si è giocata soprattutto nell’arena mediatica, tra fotografie, testimonianze dirette, video e reportage di giornalisti professionisti, semplici cittadini, ribelli, volontari o attivisti.

In un’intervista al Wall Street Journal, nel gennaio del 2011, il presidente siriano Bashar Al Assad descriveva il fenomeno delle Primavere arabe come una sorta di “malattia” che si stava diffondendo in tutto il Nord Africa e in Medio Oriente. Nella stessa intervista Assad sosteneva che la Siria era in grado fermare quei “microbi” con una svolta democratica. Solo due mesi dopo, nel marzo 2011, le proteste scoppiate in tutto il Paese hanno scatenato la reazione del presidente siriano che ordinò la repressione delle dimostrazioni.

Quello fu l’inizio di quella che è passata alla storia come la guerra civile siriana, un conflitto che, in concomitanza con l’ascesa dello Stato islamico al confine con l’Iraq, non solo ha destabilizzato il Medio Oriente, ma ha anche coinvolto tutte quelle potenze straniere come l’Iran, l’Arabia Saudita, la Turchia e, soprattutto, la Russia e gli Stati Uniti, che avevano un partita da giocare sullo scacchiere siriano.

Se la nuova rivalità russo-americana in Medio Oriente ha chiarito, se mai ce ne fosse stato il bisogno, l’importanza del ruolo di Mosca e Washington come principali concorrenti nella regione, il “Grande gioco” siriano è emerso non solo come una sfida militare e strategica sul terreno sabbioso dell’ennesima proxy war tra superpotenze, ma anche come uno scontro di fatti, notizie, scandali e opinioni sul terreno dei media e dell’opinione pubblica.

Lontano dai campi di battaglia siriani, i giornali hanno assunto un ruolo fondamentale nel riportare ogni singolo “frame” della guerra siriana allo sguardo attento del pubblico globale, fornendo prospettive diverse e molto spesso contrastanti sugli scontri e le dinamiche che caratterizzano il conflitto. D’altronde, la massiccia presenza di video online e degli onnipresenti social media ha permesso a “una guerra in espansione di essere documentata come nessun’altra“.

La guerra delle parole e delle immagini è così corsa sui media, con i principali giornali e siti di notizie americani e russi coinvolti in prima linea nel catturare uno scontro militare in cui la narrazione dei fatti è servita spesso a supportare la linea dei governi nazionali e le loro strategie nello scenario siriano.

La prima guerra raccontata dai nuovi media russi

La nascita e la crescita dei canali e siti web in lingua inglese vicini al Cremlino, come nel caso di Russia Today e Sputnik News, ha aggiunto nuove “alternative” alla narrazione occidentale del conflitto in Siria. Anche se la presenza di questi nuovi media è relativamente recente (Russia Today, o semplicemente Rt, è nata del 2005, mentre Sputnik News è stato fondato nel 2014) come riportato dal giornale online Bloomberg, le organizzazioni di informazione statali russe sono state in grado di “infiltrarsi nei media alternativi” in Occidente e di trasmettere i messaggi di Mosca al pubblico occidentale.

Come dimostra un report del Center for European Policy Analysis sulla nuova “guerra dell’informazione” dei media del Cremlino, spesso i giornali e i siti di informazione russi non sono ben visti dal mondo occidentale. Lo studio, per esempio, descrive Sputnik News come un taboid che “contribuisce al flusso di disinformazione e alla narrazione filo-russa” in tutto il mondo e come parte “della macchina dei media del Cremlino”. Tuttavia, secondo il britannico The Guardian i nuovi canali di comunicazione del Cremlino, come Russia Today, rappresentano una voce alternativa ai media mainstream dell’Occidente.

In particolare, riferendosi proprio a Rt, il Guardian sottolinea che il suo diverso approccio alle questioni politiche e internazionali è ciò che attrae il pubblico occidentale. Come sottolineato dal quotidiano  britannico, “Rt non è certamente senza colpa ma è diverso: ed è questa differenza che è così importante ma, soprattutto, così nuova”.

La guerra in Siria è stato il primo grande banco di prova nonché la prima vera occasione per la discesa in campo dei nuovi media russi nell’arena internazionale, la stessa dove Cnn, Bbc e Al Jazeera si erano già confrontate nel raccontare gli interventi americani in Afghanistan e in Iraq, quando Vladimir Putin era ancora solo uno “spettatore” delle vicende mediorientali.

La sfida delle parole e dei fatti

A contraddistinguere il conflitto siriano, oltre alla presenza certamente massiccia del cosiddetto “citizen journalism” e degli onnipresenti social media è stato proprio l’approdo dei media russi nel cortile dell’audience internazionale.

Le principali differenze tra la narrazione dei media americani e di quelli russi si riscontrano soprattutto nella scelta dei vocaboli e nel modo di descrivere i diversi attori in campo. Se sulle testate americane come il New York Times e il Washington Post, i “ribelli” siriani sono eroi in lotta contro l’oppressore Bashar al Assad, su quelli russi come Rt e Sputnik News diventano “terroristi” in continua lotta contro il presidente siriano e causa di instabilità nel Paese. La scelta stessa delle storie da riportare dice molto sulla diversa “agenda” dei media americani e russi.

Mentre i reportage dei media americani sui bombardamenti di Assad contro civili e ospedali tendono a sensibilizzare il pubblico sulla tragedia della guerra civile e della repressione da parte del dittatore Assad, dall’altra parte i media russi pongono l’accento sulle vittime causate dalla resistenza siriana e dai gruppi armati sospettati di essere finanziati dagli americani stessi. Qualora la storia da riportare riguardi gli stessi fatti e gli stessi argomenti, a cambiare è la “lettura” che ne viene data dalle due parti. Una narrazione totalmente contrapposta, con dettagli e scelte di linguaggio che spingono a “fare il tifo” per una parte piuttosto che per l’altra.

Prendendo ad esempio il caso del bombardamento della base aerea siriana di Deir Ezzor da parte delle forze alleate americane che il 17 settembre del 2016 ha causato la morte di 62 soldati delle forze siriane fedeli ad Assad, la narrazione dei giornali americani suggerisce un “errore” dovuto alla difficoltà di identificare i soldati e all’inevitabile “danno collaterale” tipico di tutti i bombardamenti aerei. Al contrario i media russi, hanno riportato l’accaduto come una “azione deliberata” e una vera e propria “provocazione” da parte del Pentagono, volta a colpire proprio le forze siriane e ad avvantaggiare i soldati dell’Isis, che secondo i giornali di Mosca sarebbero supportati dagli americani.

La verità dietro i due muri

Capire e decifrare la situazione siriana in questo fuoco incrociato dei media diventa molto complicato. In tempo di guerra, la verità è così preziosa che dovrebbe sempre essere circondata da un muro di bugie, sosteneva Winston Churchill, uno che di guerra e di propaganda ne sapeva qualcosa.

E pare proprio che la verità della guerra siriana si sia celata dietro ai muri costruiti dai media americani e russi anche nel caso della Siria. Tuttavia, tra un reportage e una fotografia “rubata”, tra fatti e opinioni diverse, tra articoli critici e fact-checking, le due parti hanno aperto una breccia ognuno nel muro costruito dall’avversario, lasciando la possibilità alla nuova audience globale di osservare la verità un piccolo pezzo alla volta.

L’approdo dei nuovi media russi, seppur controllati dal Cremlino, ma con la loro “agenda” così diversa dai tradizionali media occidentali, apre la strada ad un nuovo scenario nel panorama dell’informazione, in cui conflitti complessi come quello siriano sono raccontati da posizioni opposte, dando a noi spettatori la possibilità di sbirciare in mezzo alla confusione e, forse, capirne anche qualcosa in più.





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