L’offensiva di Aleppo con cui la coalizione di militanti, jihadisti e gruppi ribelli che si oppongono al presidente siriano Bashar al-Assad ha occupato buona parte della seconda città del Paese e respinto i lealisti, ha un grande vincitore indiretto: la Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Ankara gioca su ogni fronte, se messa sotto scacco su uno di essi rilancia altrove dove si può ottenere un maggiore vantaggio, in Medio Oriente non manca di espandere la sua geopolitica “imperiale” al Paese confinante.
La Turchia è la vincitrice non perché si opponga – come ha fatto a lungo in passato – al dittatore di Damasco per scalzarlo ma perché anche nel graduale e complicato riavvicinamento alla Siria del regime baathista vuole massimizzare i risultati politici a disposizione. L’Esercito Nazionale Siriano (Sna) e i jihadisti di Hay’at Tahrir al-Sham (Hts) sostenuti e addestrati dalla Turchia hanno travolto le postazioni di Assad aprendo spazi di opportunità a Ankara. Sul campo e non. Alcuni esempi dei guadagni strategici di Ankara sono lampanti: innanzitutto, la Turchia ha esteso la sua sfera di sicurezza oltre confine con l’avanzata degli anti-Assad, che ha portato a lambire e mettere sotto pressione anche le postazioni delle Forze Siriane Democratiche (Sdf) curde.
Il nodo profughi
Inoltre, proprio perché in graduale disgelo con Assad, la Turchia ha garantito sostegno indiretto (armi, intelligence e via dicendo) ma non coinvolgimento sul campo a un’offensiva che non mira a far cadere il regime ma a alzare l’asticella negoziale per porre fine alla guerra civile. La Turchia intende ampliare il cuscinetto delle forze a lei a vario titolo allineate anche per depotenziare la mina siriana su due fronti importanti: il ritorno in patria dei profughi fuggiti in Turchia nei dieci anni di guerra civile dal 2011 in avanti e il narcotraffico.
Sul primo tema, va ricordato che la Turchia ospita 3,2 milioni di profughi e Erdogan ha a lungo sfruttato la leva della loro presenza per negoziare aiuti miliardari sulla questione migratoria con l’Unione Europea. Ora la presenza dei rifugiati sta diventando uno scottante problema interno, e per Erdogan è prioritario prepararne il ritorno in patria. Con Assad che si è detto disposto a incontrare il Reis per un negoziato sul tema solo dopo la fine del coinvolgimento turco in Siria, la Turchia ha sfruttato la sua sfera di sicurezza per riportare in patria alcune migliaia di rifugiati. Espandendo la presa fino ad Aleppo si può pensare a un ampliamento dei rimpatri, specie di quei rifugiati che maggiormente temono di tornare sotto l’egida della dittatura da cui sono scappati oltre dieci anni fa.
Erdogan e la sfida del narco-Stato di Assad
Il secondo campo, quello del narcotraffico, è ancora più scottante. La Turchia ha di recente stretto le maglie contro il traffico di captagon e altre droghe. Il 20 novembre a Gaziantep, nel Sud del Paese anatolico, sono state sequestrate in un solo raid 3,2 milioni di pasticche di captagon, droga a base di metanfetamina il cui traffico è gestito da reti siriane, portando a 13 milioni il bottino di dosi sottratto ai narcos mediorientali. Inoltre, ricorda Turkish Minute, ” il ministro degli Interni Ali Yerlikaya ha affermato che la polizia ha sequestrato 81 tonnellate di droga, di cui 31 tonnellate di cannabis e 25 tonnellate di metanfetamina, nei primi 10 mesi di quest’anno”.
Il narcotraffico in Siria è gestito direttamente dal regime di Damasco, che guida quello che il ricercatore Charles Lister, uno dei massimi esperti del Paese levantino, ha definito “il più grande narcostato del mondo”. Lister ha ricordato sullo Spectator che in Siria “l’élite imprenditoriale corrotta e una potente rete di comandanti militari, leader di milizie e signori della guerra” sono accomunati dal narcotraffico come fonte di reddito. La famiglia Assad partecipa e guida questi traffici, che sono un problema di sicurezza economica e nazionale per la Turchia, oggi intenta a utilizzare la profondità strategica data dai militanti per consolidare la sua campagna antidroga.
Dalla Siria un messaggio a alleati e rivali
Oltre a questo la Turchia parla con l’azione dei suoi alleati nel Nord della Siria anche a diversi Paesi alleati o rivali mostrando che nel contesto geopolitico mediorientale bisogna tener conto del Paese anatolico. Scontato, in primo luogo, il messaggio mandato al mondo islamico e a Israele con l’avanzata ribelle, culminata nella celebrazione della caduta della città con l’esposizione della bandiera palestinese.
Un esempio di “geopolitica per immagini” che parla anche a Iran, Russia e Stati Uniti, per diversi motivi. A Teheran e Mosca per ricordare che la Turchia è esiziale per risolvere l’annosa crisi siriana e spingere le controparti a definire linee securitarie chiare che possano avere ripercussioni anche sulla proiezione di attori come Israele, intento a compiere scorribande sul suolo siriano contro le forze sciite. Agli Usa per ricordare la proiezione geopolitica della Turchia nella regione, che non va mai sottovalutata. Erdogan, muovendo le leve degli anti-Assad, ricorda che la Turchia prima di alleati e rivali ha precisi interessi ed è pronta a tutto pur di conseguirli. Una volta di più, la svolta sagace di Ankara, con sprezzo di ogni accusa di scarsa coerenza e atteggiamento ondivago, rafforza le posizioni del Paese euroasiatico. Il tutto, però, a prezzo di una stabilità siriana forse rotta definitivamente.

