Il copione è lo stesso: sorgono tensioni nel sud della Siria, area dove risiedono buona parte dei cittadini della comunità drusa, e subito le fibrillazioni arrivano fino al cuore di Damasco. Nei giorni scorsi, esattamente come già avvenuto tra aprile e maggio, la polveriera siriana si è innescata con una nuova miccia partita da sud. Le tensioni stanno riguardando i drusi da un lato e, dall’altro, gruppi delle locali tribù beduine. Damasco sta provando a mettersi in mezzo, ma per ristabilire l’ordine è costretta a usare la forza. E ora lo spettro di nuove guerre settarie è più ingombrante. Mentre, da oltre confine, Israele fa sentire la sua voce: “Difenderemo la minoranza drusa”, ha avvertito il ministro della Difesa Israel Katz.
L’origine degli scontri
Tutto è iniziato, secondo diverse testimonianze rimbalzate sui social, con un posto di blocco improvvisato da una milizia beduina nell’area di Suweyda. Non meglio precisati combattenti, secondo questa ricostruzione, avrebbero quindi bloccato e rapinato cittadini drusi. Tanto è bastato per dare il via a una girandola di vendette e aggressioni tra le parti in grado, nel giro di poche ore, di far propagare le fiamme della tensione in tutto il sud della Siria. Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, Ong che ha sede a Londra ma che viene accreditata spesso come fonte credibile quando si parla di violenze nel Paese, sarebbero almeno cento le vittime dei primi scontri. Un bilancio molto alto e che testimonia l’elevato livello di violenza. Il forte sospetto è che tra i morti non ci siano solo combattenti caduti in battaglia, ma anche civili vittime di esecuzioni sommarie.
Un copione che si ripete
Da Damasco non c’è altra strada che intervenire. In una Siria ancora fortemente destabilizzata e segnata da equilibri precari interni mai del tutto ricuciti, lasciare spazio agli scontri vorrebbe dire assistere a un’ulteriore espansione dei disordini. Il presidente Al Joulani, al potere dal giorno della detronizzazione di Bashar Al Assad, ha quindi deciso di inviare l’esercito a Suwayda. Ed è forse qui che si nasconde la prima grande incognita: quello che oggi viene definito esercito siriano, altro non è che un aggregato delle centinaia di sigle che hanno composto il fronte anti Assad fino a dicembre. Sigle in gran parte islamiste e che, negli anni più violenti della guerra civile, erano note per il livello di violenza e il trattamento non certo rispettoso verso le minoranze.
I drusi costituiscono una delle minoranze di cui è composta la società siriana e potrebbero quindi finire nel mirino degli ex miliziani arrivati a Sweyda con le uniformi del nuovo esercito. Non solo, ma il principale rischio per Al Joulani è quello di presentarsi come difensore delle tribù beduine locali e, di conseguenza, come nemico dei drusi. Circostanza che andrebbe a ledere i suoi tentativi di riconciliazione nazionale. Un rischio politico piuttosto importante, considerando che dal suo insediamento Al Joulani ha promesso rispetto per le minoranze e integrazione di tutte le comunità al governo.
Le minacce di Israele
Forse anche per questo già nella mattinata di martedì le autorità di Damasco hanno proclamato il cessate il fuoco. In diversi video, si notano carri armati e mezzi corazzati fare marcia indietro e tornare verso la capitale: “Le operazioni sono terminate – si legge in una nota del ministero dell’Interno – adesso la sicurezza è affidata alle forze locali e il monitoraggio alla polizia militare”. Un segno di distensione e anche di forza: Al Joulani vuole dimostrare di aver saputo subito riprendere in mano la situazione e di non essere disposto a lasciare per molti giorni carri armati all’interno delle città.
Ma le tensioni rimangono. L’insofferenza della comunità drusa è molto forte e non solo da adesso. Nel frattempo, da Tel Aviv si guarda da vicino alla nuova crisi siriana. Durante gli scontri della scorsa primavera, più volte il premier israeliano Netanyahu ha minacciato di intervenire a difesa dei drusi. E questo in virtù della folta comunità drusa presente nel nord di Israele. Anche oggi il copione si ripete: nelle scorse ore l’Idf ha bersagliato alcuni mezzi dell’esercito siriano e dalla sede del governo israeliano fanno sapere di essere pronti a intervenire sul campo.

