Rusafa e Sergiopoli, due nomi per indicare una stessa località della Siria da poco liberata dalle grinfie dell’ISIS: il primo è il termine con il quale questa città è da sempre conosciuta, l’altro invece è l’appellativo dato dai bizantini quando l’Imperatore Anastasio I nel 491 d.C. decise di consacrare l’intero territorio al Santo Sergio, un soldato imperiale vissuto nel quarto secolo e decapitato proprio a Rusafa dopo essersi rifiutato di rendere sacrifici a Giove. La venerazione del soldato Sergio in tutta la vasta vallata dell’Eufrate, è stata talmente forte che, pur in assenza di prove storiche della sua sepoltura nella città sopra menzionata, già dal quinto secolo numerosi pellegrini giungevano nel luogo del martirio per rendergli omaggio; è stato per questo motivo quindi che Rusafa ha iniziato ad essere nota come Sergiopoli e la città durante l’epoca bizantina ha avuto un ruolo importante tanto a livello commerciale quanto politico: di quell’epoca, ancora oggi sono rimaste le rovine ed i templi da pochi giorni tolti dall’orbita della follia distruttiva jihadista che aleggiava dal maggio 2014, mese in cui l’ISIS aveva fatto il suo ingresso nell’area archeologica.

L’importanza strategica di Rusafa nell’attuale scenario bellico siriano

Al di là della storia e dei suoi monumenti, oggi Rusafa riveste un ruolo di primo piano nella battaglia per la valle dell’Eufrate ed in quella (futura) per Deir Ez Zour; la città si trova tra Raqqa e Tabqa ed è al centro di uno snodo viario in cui confluiscono alcune delle più importanti strade della zona che conducono nel deserto da un lato, così come verso l’Eufrate ed Aleppo dall’altro. L’incrocio di Rusafa nelle mappe militari in mano sia ai generali russi che a quelli statunitensi, dallo scorso mese di maggio era cerchiato in rosso: strategico per il controllo dei campi petroliferi a sud di Tabqa, vitale per spingersi nel cuore del deserto, dopo la caduta della cittadina di Maskanah ad opera dell’esercito siriano si è inaugurata una vera e propria corsa tra forze regolari e coalizione curdo – araba (sotto le insegne dell’SDF) per la sua presa e la sua conquista.

Il 19 giugno scorso, ad avere la meglio è stato l’esercito di Damasco supportato dall’aviazione russa: rompendo le linee di difesa dell’ISIS a sud dell’Eufrate, gli uomini di Assad hanno provato subito a sfondare per entrare nelle rovine storiche di Rusafa e, da qui, conquistare l’incrocio stradale che li proietta verso il cuore del deserto siriano e ad appena 50 km dalla periferia sud di Raqqa. Non è un caso che proprio in quelle ore la tensione in Siria ha raggiunto livelli pericolosamente alti: è in una località non lontana da Rusafa che si è verificato l’abbattimento di un caccia di Damasco ad opera dell’aviazione USA ed è sempre a pochi chilometri dalle sue rovine che, ad inizio settimana, sono stati registrati scontri tra forze regolari e squadre SDF appoggiate da Washington. Con l’incrocio stradale adesso saldamente in mano siriana, i soldati dell’esercito possono puntare ai campi petroliferi e soprattutto hanno ora un altro fronte alternativo a quello ad est di Palmyra da cui poter intraprendere l’avanzamento volto a porre termine all’assedio di Deir Ez Zour.

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I due aspetti sopra menzionati non sono di poco conto: la conquista dei campi petroliferi, potrà garantire al governo non solo il recupero di territori da cui è assente dall’estate del 2012, ma anche la ripresa delle attività di estrazione dell’oro nero in grado di alimentare una devastata economia e di rimpinguare le casse dello Stato prosciugate dai costi notevoli del conflitto; dall’altro lato invece, la presa dell’incrocio di Rusafa di fatto taglia la strada alle forze SDF verso sud obbligandole a rimanere quindi stanziate soltanto nel territorio intorno Raqqa, la capitale del sedicente Stato Islamico oramai però in procinto di cadere nelle mani delle milizie filo curde. Se a questo si aggiunge che, nella parte meridionale del paese, le forze siriane hanno aggirato Al Tanf arrivando ad occupare anche parte del confine con l’Iraq, di fatto è stata preclusa ogni possibilità per le forze supportate dagli USA (siano esse filo curde o filo islamiste) per giungere a Deir Ez Zour e nella sua provincia ed anche questo è un elemento importante per lo scenario futuro del conflitto.

La Siria si riappropria dei suoi monumenti

Rusafa con i suoi templi e le sue basiliche risalenti all’epoca di Sergiopoli non è popolare come Palmyra, pur tuttavia l’ingresso dell’esercito regolare nella sua area archeologica è stato salutato in Siria allo stesso modo di come a marzo l’opinione pubblica ha accolto la ripresa della ‘perla del deserto’ romana; l’ideologia iconoclasta dell’ISIS, secondo cui non sono ammissibili alcune rappresentazioni grafiche di carattere sacro, ha fatto temere per Sergiopoli la stessa fine dell’arco di trionfo di Palmyra o di altri monumenti abbattuti tra Siria ed Iraq negli ultimi tre anni: per fortuna, guardando le immagini diffuse sui canali Twitter poco dopo la ripresa della città, sembrerebbe che i miliziani jihadisti non hanno prodotto in questo luogo gli stessi efferati atti distruttori perpetuati da altre parti. Resti romani e bizantini, sopravvissuti per più di 1.500 anni, fanno ancora parte della storia della Siria ed avranno un peso non indifferente nella ricostruzione del tessuto sociale e culturale del paese.

La presa di Rusafa assume anche un valore simbolico: quelle pietre, che da secoli testimoniano la presenza romana e bizantina in questa regione, sono tornate al sicuro e sono adesso nuovamente patrimonio della popolazione siriana; quei monumenti e quelle basiliche, che ricordano una città il cui nome è stato attribuito per diverso tempo ad un Santo cristiano, sono di nuovo simbolo ed emblema delle tante civiltà che negli anni hanno poi tutte contribuito a costituire l’identità di questa porzione di medio oriente. Come in ogni dopoguerra, le città e le infrastrutture saranno riprese e recuperate ma ogni sforzo di ricostruzione fisica del territorio sarà vano senza la riconciliazione con la storia e con la propria identità da parte della popolazione: ecco perché, in tal senso, mostrare la presenza dei soldati siriani a Rusafa a pochi mesi dalla riconquista di Palmyra potrebbe rivelarsi la vera carta vincente per il futuro di un paese, come la Siria, dilaniato da un conflitto oramai lungo sei anni.