Mentre a Damasco il regime di Bashar al-Assad si sgretolava, sui cieli della Siria tornava ad operare la United States Air Force, conducendo attacchi mirati contro le postazioni residue dello Stato Islamico nei deserti del Paese. L’operazione, nel quadro della missione Inherent Resolve contro l’Isis, ha portato i caccia e i bombardieri a stelle e strisce a colpire diverse concentrazioni di truppe delle bandiere nere, per prevenire loro la possibilità di espandersi sfruttando il tracollo del Governo siriano. L’Usaf ha dunque imposto delle importanti linee rosse mostrando le condizioni operative degli Stati Uniti nell’8 dicembre ad alta tensione vissuto dalla Siria.
140 tra bombe ad alta precisione e missili hanno colpito 75 bersagli in Siria: gli Usa, in un raid approvato dal presidente Joe Biden, hanno utilizzato i bombardieri B-52, i caccia F-15E Stike Eagles e gli aerei da attacco A-10 Thunderbolt II per colpire, ha ricordato Defense One, la regione di Badiya, l’ampia fascia desertica tra Siria, Giordania, Iraq e Arabia Saudita dove l’Isis cercava di riorganizzarsi. E in cui la presenza di campi di dimensione tutt’altro che ridotta di jihadisti mostra quanto poroso fosse il controllo nominale sul Paese da parte di Assad.
La dimostrazione di forza degli Usa non mira unicamente a mostrare bandiera, ma è anche una presa d’atto del nuovo corso della Siria e delle linee operative su cui si indirizzerà Washington per gestire il futuro del Paese levantino. Se, ad esempio, Israele colpendo depositi di armi e artiglieria ha voluto fissare il suo vantaggio tattico mostrando a ogni milizia, a partire da Hay’at Tahrir al-Sham di non voler barattare la Siria degli Assad con una Siria forte, al contrario gli Stati Uniti sembrano aver mandato un messaggio di maggiore apertura. Attaccare l’Isis mentre Hts, l’Esercito Nazionale Siriano, i ribelli del Fronte Sud e le milizie minori si prendono la Siria mostra a tutti che la comune lotta allo Stato Islamico è ritenuta una conditio sine qua non dagli Usa per ottenere legittimazione nel nuovo Governo.
Il messaggio è in particolare ad Abu Mohammad al-Jolani, che gli Usa li ha combattuti in Iraq da giovane membro di Al-Qaeda e oggi, da “signore della guerra” di Hts, è l’uomo più potente della Siria, suo aspirante leader e figura sdoganata, nonostante rientri ancora nella lista dei ricercati per terrorismo, dalla recente intervista governista alla Cnn.
Sulla carta Washington avrebbe arrogato a sé tutto il diritto di bombardare Hts esattamente come l’Isis: per gli Usa entrambe sono organizzazioni terroristiche, ritenute pericolose. Il rebranding del jihadista nato in Arabia Saudita ha però portato a un suo sostanziale sdoganamento, e colpendo le bandiere nere gli Usa hanno già fatto capire quale potrebbe essere il pegno chiesto allo “Sceicco Conquistatore”: mostrarsi collaborativo nella lotta all’Isis, e di conseguenza più dialogante con i maggiori alleati Usa sul suolo siriano, i curdi del Rojava. Washington mantiene a tal proposito un contingente di 900 uomini nel diviso Paese levantino al fine di esercitare pressione. E si mostra pronta a farne uso.
Messaggio ribadito dal comandante del Centcom, titolare delle operazioni per la Siria, generale Michael Erik Kurilla. Poche ore prima della caduta di Assad il presidente eletto Donald Trump aveva invitato Washington a star fuori da un conflitto che, a suo avviso, non avrebbe nulla a cui spartire con gli interessi Usa. Ma la sensazione è che l’attrazione della Siria per gli States sarà, una volta di più, cruciale e legata al ruolo di crocevia dell’importante Paese arabo.