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“Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur” è la frase con cui si narra la disperazione degli ambasciatori di Sagunto di fronte al tempo perso dal Senato romano nel discutere del possibile intervento militare in difesa della città iberica. La frase è poi diventata proverbiale, a indicare tutte le volte in cui servirebbe un’azione rapida e decisiva e invece si perde tempo in discussioni lunghe e senza via d’uscita. E nel frattempo la guerra miete vittime.

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La situazione dei curdi, in Siria, non è troppo distante da quella che subirono i tristemente noti abitanti di Sagunto. Alleati (almeno formalmente) della coalizione occidentale, i curdi sono stati con il tempo scaricati da Stati Uniti e Paesi europei per diventare il bottino di guerra di Recep Tayyip Erdogan e delle sue milizie islamiste.

E mentre a Istanbul, il presidente turco ha riunito i leader di Francia, Germania e Russia per discutere degli sviluppi della guerra in Siria. Con l’offensiva su Idlib messa in stand-by e con l’Occidente che appare totalmente distratto rispetto alla tragedia siriana, le forze turche hanno avviato l’ennesima operazioni militare nei confronti delle forze curde dello Ypg/Pyd.

Il sultano lo aveva promesso proprio dopo il summit: “In Siria è necessario intervenire per consolidare la nostra sicurezza. Dopo il golpe qualcuno pensava che saremmo rimasti passivi, ma le operazioni ‘Scudo dell’Eufrate’ e ‘Ramoscello d’Ulivo’ sono stati dei colpi durissimi inferti all’Isis e al Pyd. Abbiamo mostrato alla comunità internazionale e ai Paesi arabi con quale intento siamo andati in Siria. A Idlib abbiamo evitato una crisi umanitaria enorme, abbiamo dimostrato di agire per i siriani”.

“Quello che abbiamo realizzato in Siria lo abbiamo fatto grazie soprattutto alla Russia, ma come ho detto alla fine del vertice, rimane insufficiente l’azione della comunità internazionale, la cui posizione ci auspichiamo sia più netta. Per quanto ci riguarda non lasceremo che l’Isis faccia il suo gioco in Siria” ha detto Erdogan.

Parole decisamente curiose per un leader che ha  agevolato la nascita e lo sviluppo del Califfato per infliggere colpi durissimi sia ai curdi sia alla Siria di Bashar al-Assad. L’autostrada del jihad per muovere miliziani verso l’Iraq e la Siria, così come le carovane di petrolio di contrabbando che arrivavano nei porti turchi sono storia. Eppure Erdogan continua a dire di aver combattuto Daesh.

Ma adesso, con l’Isis ridotto al territorio sudorientale della Siria, è del tutto evidente l’obiettivo della Turchia: estendere la sua influenza a sud, colpendo i curdi e facendo in modo che il confine turco-siriano si trasformi in una sorta di protettorato di Ankara. E la sostituzione etnica messa in atto dalle milizie jihadiste ne è la dimostrazione più crude ed eclatante.

E dalle promesse, Erdogan è passato ai fatti. L’esercito turco, proprio in questi giorni, è tornato a colpire oltre il confine siriano le postazioni dello Ypg. Mentre Erdogan ospitava il summit, le forze armate turche hanno colpito avamposti curdi a Zor Maghar, a nord di Aleppo. Mentre subito dopo, altri missili dell’artiglieria pesante turca, di stanza nella provincia di Urfa hanno colpito l’area di Kobane. Le prime informazioni parlano di quattro curdi uccisi e di altri sei feriti.

Secondo quanto riferito dal ministro della Difesa di Ankara, Hulusi Akar, “l’esercito turco ha risposto al fuoco di disturbo contro un proprio check-point colpendo oltre il confine siriano le postazioni dei curdi del Pyd-Ypg e 10 terroristi sono stati uccisi”. Secondo il ministero turco, sarebbero stati i curdi i primi ad aprire il fuoco, “danneggiando un nostro veicolo, ma senza causare feriti”. Un gesto che, a detta di Ankara, “giustifica il ricorso alla legittima difesa così come prevista dagli accordi Onu”.

Gli Stati Uniti hanno espresso grande preoccupazione per quanto sta avvenendo nel nord della Siria. Il portavoce del Dipartimento di Stato, Robert Palladino, ha dichiarato che “attacchi militari unilaterali nel nord-ovest della Siria da parte di chiunque, soprattutto con personale americano che potrebbe essere presente o nelle vicinanze, suscitano grande preoccupazione”. Washington ha suggerito ad Ankara di migliorare il coordinamento e di incrementare le consultazioni fra i due comandi per evitare incidenti.

Ma l’idea che è da parte di Erdogan ci sia poco interesse, così come da parte della stessa Casa Bianca. I curdi hanno ormai chiaro di essere fra le prime vittime di questa guerra. Hanno scelto male il loro alleato. E adesso ne pagano le conseguenze. Così, mentre aspettano una presa di posizione definitiva di Francia e Stati Uniti, presenti nei territori curdi per controllare il nord-est siriano, la Turchia continua a fare il suo gioco. Ed è per questo che negli ultimi mesi hanno scelto di riallacciare i rapporti con Damasco e con Mosca: sanno che se vogliono ottenere qualcosa, non possono più fidarsi di chi li ha abbandonati.

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