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La Turchia dà il via a una nuova operazione militare contro i curdi nel nord della Siria, nel “corridoio” a est dell’Eufrate. Ad annunciarlo è stato lo stesso presidente turco Erdogan che ha affermato “Siamo entrati ad Afrin, Karablus, al-Bab. Ora entreremo nelle zone a est dell’Eufrate. Non possiamo rimanere in silenzio fino a che continuano i bombardamenti. La pazienza ha una fine”.

I bombardamenti a cui si riferisce Erdogan sono avvenuti nel corso della giornata di sabato nell’area di Qamishli, una cittadina sul confine tra Siria e Turchia tra l’Eufrate ed il Tigri. L’esercito turco ha colpito posizioni delle Sdf (Syrian Democratic Forces sostenute dagli Stati Uniti) mentre due checkpoint turchi sono stati distrutti con l’uccisione di tre soldati ed il ferimento di altri quattro.

Ankara considera le milizie e l’amministrazione autonoma curda che controlla la regione di confine tra Siria e Turchia come un’estensione del Pkk, il partito curdo dei lavoratori, ritenuto fuorilegge e trattato come una qualsiasi organizzazione terroristica (anche dagli Stati Uniti).

Gli scontri di confine sono coincisi con il dispiegamento di ulteriori forze a ridosso del confine siriano che includono equipaggiamento pesante, veicoli blindati e carri armati che hanno fornito l’indizio di una nuova offensiva diretta contro le forze curde.

Una mossa annunciata

In effetti la settimana scorsa proprio il presidente Erdogan aveva affermato che la Turchia avrebbe “obliterato le forze curde ad est dell’Eufrate” nel nord della Siria indipendentemente dall’esito dei colloqui che si terranno con gli Stati Uniti. Come riportato da Reuters il ministro della Difesa turco, Hulusi Akar, aveva già incontrato lo stato maggiore il giovedì precedente per discutere di una possibile offensiva in quella zona e quasi immediatamente è cominciato il dispiegamento di forze.

Per la Turchia quella porzione di territorio siriano in mano ai curdi è un “corridoio del terrore” che va eliminato senza considerare i possibili accordi raggiunti con gli Stati Uniti per creare una zona cuscinetto di interposizione tra le forze curde e quelle turche.

In particolare Ankara accusa Washington di aver temporeggiato in merito a questo provvedimento e ha sempre denunciato l’appoggio americano ai Curdi, chiedendo che venisse interrotto. Sebbene il Presidente Trump, l’anno scorso, abbia decurtato pesantemente gli aiuti alle milizie Peshmerga, queste godono ancora dell’appoggio dell’aviazione americana nelle loro operazioni.

L’offensiva turca non giunge quindi inaspettata ed inoltre ha avuto il consenso di Mosca e Washington, ora troppo impegnate a gestire la crisi iraniana che interessa non solo il settore dello Stretto di Hormuz e del Golfo ma anche la Siria e l’Iraq.

Il capitolo finale?

Dal 2016 la Turchia ha effettuato due offensive nel Kurdistan siriano: la prima contro le milizie dell’Is la seconda contro le forze curde ad ovest dell’Eufrate, ma nessuna è stata mai del tutto risolutiva. Questa nuova operazione militare ad est dell’Eufrate taglierà in due il fronte curdo impedendo i contatti tra il Kurdistan siriano e quello iracheno, dove la Turchia ha già effettuato incursioni aeree colpendo obiettivi e nascondigli delle milizie del Pkk.

La nuova offensiva non si configura quindi come risolutiva nell’eliminazione di quello che Erdogan ha chiamato “il corridoio del terrore” bensì mira a interrompere le linee di rifornimento curde tra Siria ed Iraq, dove i miliziani possono fare affidamento sui campi petroliferi in loro possesso compresi tra Amadiya, Erbil e Kirkuk.

Ancora una volta, a margine della questione curda, spicca come la sovranità siriana venga palesemente ignorata dai contendenti: oltre alla Turchia, che non si è mai fatta scrupolo da quando sono cominciate le ostilità in Siria di penetrare in territorio siriano, anche Washington ma soprattutto Mosca non hanno obiettato sulla questione.

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