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Guerra

Siria, crescono gli appelli al Gran Muftì: fermare le violenze settarie

Siria, crescono gli appelli al Gran Muftì: fermare le violenze settarie nel Paese è un imperativo sempre più forte.

Fermare le violenze settarie che stanno contaddistinguendo la Siria anche dopo la caduta della dittatura di Bashar al-Assad e la nascita del nuovo regime guidato da Ahmad al-Sharaa, più noto con il nome de guerre Abu Mohammad al-Jolani, cercare di stoppare il circolo vizioso delle vendette, tornare a costruire un Paese inclusivo: sono molti gli appelli giunti al neocostituito Consiglio superiore per la fatwa in Siria, che il Governo di Damasco ha istituito il 28 marzo scorso, con l’obiettivo di dare una voce univoca all’Islam siriano, o perlomeno alla maggioranza sunnita.

L’autorità religiosa nella Siria sconvolta dal settarismo

Quattro anni dopo l’abolizione dell’istituzione, è stata ricostituita anche la carica di Gran Muftì della Repubblica Araba Siriana, nella figura di Osama al-Rifai, 81enne teologo vicino alla Fratellanza Musulmana ma anche al movimento mistico dei sufi. Il presidente Al-Sharaa/Al-Jolani ha dichiarato che “il Levante è sempre stato una piattaforma per la conoscenza, la civiltà e la difesa, da cui il bene è diretto all’intera nazione” e che “il Consiglio della Fatwa cerca di regolamentare il discorso religioso moderato, combinando autenticità e modernità, preservando al contempo l’identità, risolvendo le controversie che portano alla divisione e chiudendo la porta al male e al disaccordo”.

Parole che sembrano mandare un messaggio nella direzione di una maggiore apertura al dialogo dopo diverse settimane, tra febbraio e marzo, in cui la Siria è stata sconvolta dalle violenze settarie nelle province di Tartus e Latakia, dove centinaia di alawiti sono stati massacrati dalle forze governative dopo lo scoppio delle proteste contro il Governo. Il Governo di Damasco ha provato a mostrare apertura alla volontà di punire i responsabili, ma si trova in una situazione profondamente ambigua.

Da un lato, i sostenitori del Governo hanno provato a dividere le responsabilità del presidente Al-Sharaa da quelle dei comandanti sul campo, accusati di eccessi e efferatezze. Dall’altro, l’esplicita volontà del Governo legato al movimento islamista Hay’at Tahrir al-Sham di radicarsi nello Stato sdogana la centralità nella nuova Siria di molte figure radicali e di un’ideologia che rischia di penalizzare le minoranze: la fuga di massa degli armeni dalla Siria filo-turca di Al-Sharaa lo dimostra.

Il Gran Mufti al-Rifai alla prova

Se la Siria di Assad era brutale, repressiva e arbitraria nello sdoganare il controllo del regime sulla popolazione, con l’aggiunta problematica della graduale trasformazione del regime in una narco-dittatura corrotta e cleptocratica, ad oggi le aperture del governo di Damasco a costruire istituzioni funzionanti e virtuose, quasi un’applicazione di laboratorio del pensiero dell’economista Premio Nobel Daron Acemoglu, si scontrano con molte problematiche. E il settarismo resta una delle più imponenti.

I commenti raccolti da Euronews e che parlano di un appello ai chierici per fermare un contesto in cui “villaggi e città vengano presi di mira in base al settarismo dei loro abitanti” e i cittadini siriani dichiarano che “abbiamo bisogno di una parola di verità per fermare lo spargimento di sangue”. Finita la dittatura degli Assad, la Siria sta ancora affrontando una lunga transizione in mano a formazioni e gruppi politici la cui tendenza è tutta da dimostrare. E questo genera spaesamento e l’appello all’istituzione storicamente pontiera nel Paese levantino: il corpo dei teologi e dei chierici, che in Siria, forte della tradizione di Damasco come antica capitale del mondo arabo,

Il diretto interessato, Al-Rifai, ha un curriculum di peso: nativo della capitale, è stato oppositore di Hafez al-Assad, padre del deposto rais, in gioventù, esule dal Paese in cui è rientrato nel 1993 dopo oltre dieci anni di assenza, fondatore di organizzazioni caritatevoli attive per il sostegno dei poveri a Damasco nei primi Anni Duemila, sostenitore dell’opposizione anti-dittatura dopo lo scoppio delle proteste e della guerra civile nel 2011, ma sempre attento a “scomunicare” sia l’Isis che al-Qaeda e il loro ruolo nella rivolta, tutto si può dire fuorché che sia l’emblema dell’islamista radicale. Inoltre, è legato alla Turchia di Recep Tayyip Erdogan, che ha tutto l’interesse a una Siria stabilizzata sotto la sua influenza.

Tra Islam e politica

L’autorità religiosa resta attenzionata e degna di alta fiducia in un contesto in cui le istituzioni sono state parassitate da ogni direzione in Siria. I cittadini del Paese levantino hanno per anni dovuto subire la non scelta tra un regime repressivo e gruppi d’opposizione spesso egemonizzati da jihadisti stranieri e predicatori esogeni. Oggi molti chiedono all’istituzione religiosa siriana di scendere in campo.

Avrà questa forza il consiglio nominato direttamente da Al-Sharaa/Al-Jolani? Il neo-presidente finora sta portando avanti un attento dialogo con tutte le confessioni religiose. Ma è dalla capacità di un’autorità da lui di fatto ricreata ex-novo di parlare autonomamente e di esprimere posizioni chiare e indipendenti, al netto del prestigio del suo leader, che si misureranno sia il grado di politicizzazione del nuovo Islam siriano sia l’effettivo superamento delle spinte liberticide dell’era Assad. Resta la grande ambiguità di fondo: in che misura al-Sharaa voglia fermare e in che misura tolleri senza poterli fermare effettivamente i massacri settari. L’ex comandante di Hts non ha mai fatto chiarezza in materia. Ma capirlo sarà decisivo per dare una dimensione effettiva al nuovo corso politico in una Siria ancora frammentata.

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