L’importanza strategica di Aleppo non la si scopre certo in queste ore: è la capitale economica della Siria, è la seconda città più popolosa del paese, per le forze fedeli al presidente siriano Assad la sua totale riconquista vuol dire poter liberare centinaia di uomini e mezzi da destinare su altri fronti, mentre da un punto di vista prettamente politico prendere Aleppo vuol dire rinforzare sempre di più la permanenza dell’attuale governo a Damasco. Ben quindi si comprende il motivo per cui, nelle ore finali di una battaglia durata quattro anni, l’interesse mediatico è molto forte e si cerca di trascinare l’opinione pubblica europea idealmente nella seconda città siriana. Addirittura a Parigi è stata spenta la Tour Eiffel in segno di ‘solidarietà’ verso Aleppo, sui media circolano diversi video rivelatisi poi degli autentici ‘fake’; l’obiettivo appare essere uno soltanto: continuare a presentare Assad come un efferato dittatore.I video comparsi da AleppoE’ bene ripartire proprio dai video apparsi in rete nella serata di lunedì, quando cioè si è appreso che Aleppo era totalmente o quasi sotto il controllo governativo, e dalle dichiarazioni più o meno importanti rilasciate in merito a queste immagini. La prima, su di tutte, è quella di Ban Ki – Moon: “Sono preoccupato per le notizie delle gravi atrocità che arrivano da Aleppo” ha affermato subito il sudcoreano da New York, le cui dichiarazioni sono frettolosamente state riprese da molti organi di stampa, iniziando quindi ad alimentare un certo ‘isterismo’ mediatico circa la reale situazione presso la seconda città della Siria. In pochi hanno specificato subito dopo che quelle dichiarazioni hanno poco valore per ben due motivi: il primo riguarda una questione meramente tecnica e cioè Ban Ki – Moon si è espresso preoccupato da New York, mentre partecipava alla cerimonia di passaggio di consegne ad Antonio Guterres, successore del sudcoreano come segretario dell’Onu.In poche parole, le affermazioni di Ban Ki – Moon sono quelle di un comune cittadino che non ha più effettivi incarichi al vertice delle Nazioni Unite e quindi l’eco dato alle sue parole è quantomeno ingiustificato. Ma in secondo luogo, Ban Ki – Moon è lo stesso personaggio che nel settembre 2013, lì sì da capo dell’ONU, non ha aspettato i risultati provenienti dalle apposite commissioni d’inchiesta per dichiarare che Assad era colpevole del bombardamento effettuato con armi chimiche a Jobar, sobborgo di Damasco. Ovviamente, com’è ben noto, poco dopo le inchieste hanno dimostrato che non è stato il governo siriano ad effettuare quegli attacchi.Intanto i video lanciati lunedì, sia martedì che mercoledì hanno fatto il loro percorso mediatico: dal web alla tv, da YouTube alle edizioni online di molti quotidiani, improvvisamente e dopo quattro anni e mezzo di guerra, i fari si sono accesi su Aleppo. Poche ore dopo però, il dietrofront grazie a diversi giornalisti, tra cui Eva Bartlett, che smontano le prime bugie emerse e parlano di video risalenti al 2012.Il parallelismo con altri ‘fake’ storici in Medio OrienteE’ bene a questo punto, per far capire meglio la situazione nel contesto di Aleppo e della Siria in generale, fare un passo indietro nella storia e parlare del caso più emblematico di mistificazione della realtà in medio oriente: il riferimento è alla ragazzina Nayirah, che nel settembre del 1990 ha commosso gli USA e l’occidente con la sua testimonianza di quanto accaduto a Kuwait City il 2 agosto di quello stesso anno, giorno in cui le truppe di Saddam Hussein hanno occupato la città. In quel racconto, effettuato in diretta davanti ad un’apposita commissione del Congresso USA, la ragazzina piange e parla di come i soldati iracheni abbiano rovesciato le incubatrici presenti presso l’ospedale più grande della città, uccidendo i neonati e portando i mezzi negli ospedali iracheni: un atto che indignerebbe chiunque, un episodio atroce, che infatti è stato ripreso più volte dal presidente Bush per rendere popolare il primo intervento militare americano nel Golfo.Il pubblico americano, dopo aver visto le lacrime della ragazzina kuwaitiana, si è subito convinto che Saddam Hussein è il nuovo Hilter, il nuovo nemico anti democratico da abbattere e quando il 16 gennaio del 1991 gli aerei USA, con tanto di CNN in diretta al seguito, hanno effettuato i primi raid contro Baghdad, più del 70% dei cittadini statunitensi risulta a favore della soluzione militare. E’ troppo tardi quando, pochi mesi dopo, si scopre che il racconto della ragazzina è frutto di una montatura: la guerra è già finita, le infrastrutture irachene sono già al collasso e diversi civili a Baghdad sono morti sotto le macerie quando emerge che Nayirah è la figlia dell’ambasciatore kuwaitiano a Washington, città da dove la ragazzina non si è mai allontanata in quell’estate del 1990 e quindi quanto dichiarato davanti al Congresso altro non è che un lungo insieme di bugie.Nayirah è stata solo utilizzata per ‘rifare il look’ a Saddam Hussein, per trasformarlo da amico anti iraniano a spietato dittatore contro cui utilizzare la forza; nove giorni dopo l’ingresso delle truppe irachene a Kuwait City, il governo kuwaitiano in esilio in Arabia Saudita ha stipulato un contratto con la ‘Hill&Knowlton’ (ne parla lo stesso NY Times nel 1992), all’epoca la società di pubbliche relazioni più famosa al mondo che ha sede ancora oggi a Manhattan, la quale ha creato l’associazione ‘Citizens for a free Kuwait’ ed ha promosso la campagna di mistificazione contro il governo di Baghdad. Tra le tante strategie messe in atto, far piangere la figlia dell’ambasciatore kuwaitiano davanti ai membri del Congresso è indubbiamente quella meglio riuscita.Adesso, tornando al 2016, si sostituisca Kuwait City con Aleppo, il video di Nayirah con i tanti rivelatisi poi falsi provenienti dalla seconda città siriana, l’associazione Citizens for a free Kuwait con l’Osservatorio siriano per i diritti umani (che, è bene anche questo ricordarlo, ha sede a Londra), Saddam con Assad, le incubatrici rovesciate con le ‘esecuzioni di massa’ di cui si parla: ebbene, viene fuori che quanto si sta effettuando in queste ore, altro non è che la sempreverde opera di persuasione del pubblico europeo circa le presunte atrocità commesse dal nemico di turno. Un parallelismo che a 26 anni esatti di distanza regge, pur se in contesti diversi: all’epoca bisognava giustificare una guerra, oggi urge nascondere una rovinosa sconfitta.L’occidente, dopo esser stato protagonista dell’appoggio fornito a numerosi gruppi islamisti in funzione anti Assad, con la caduta di Aleppo non può permettersi di far vedere al pubblico europeo gli errori effettuati, per cui le atrocità devono per forza risultare soltanto da una parte, quella che USA ed Europa hanno provato a tirar giù e che oggi ha ripreso il controllo della seconda città della Siria. Ecco quindi che saltano fuori i video di torture ed uccisioni ed ecco che si scopre che quei filmati risalgono al 2012 e non riguardano azioni dell’esercito siriano ed ecco, infine, che la stessa storia della battaglia di Aleppo, iniziata quasi cinque anni fa ad opera dei fantomatici ‘ribelli’, viene puntualmente cambiata se non ignorata dalle informazioni che trapelano da molti media.Sapere la verità, in un contesto bellico, è quasi impossibile visto che in guerra la propaganda viene attivata inevitabilmente da tutte le parti in conflitto; pur tuttavia, quanto accaduto nel 1990 con il racconto falso di Nayirah deve servire da lezione: mai credere subito da quanto viene proposto in video e campagne mediatiche di vario genere. Il discorso è valso per l’Iraq nel 1990-91, ma è valso anche per le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein mai trovate dopo la guerra del 2003, così come è valso per i video fasulli di Al Jazeera in merito alle fosse comuni create da Gheddafi, che nel 2011 sono stati usati come pretesto per un’operazione militare la cui portata fallimentare è sotto gli occhi di tutti.Adesso quella lezione deve servire anche per Aleppo: in Siria si combatte da cinque anni, si può essere d’accordo o meno con il governo di Assad, ma ciò che viene presentata in occidente ‘opposizione’ altro non è una galassia di sigle islamiste che, se non fermate in tempo, potrebbero rappresentare fra qualche anno (se non fra qualche mese) un pericoloso per la sicurezza dello stesso nostro vecchio continente.

Nel campo comunista di Goli Otok
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