Guerra /

Sei civili hanno accusato difficoltà respiratorie e altri sintomi indicativi di inalazione di gas tossico dopo un attacco lanciato dalla Turchia sull’enclave curda di Afrin. A riportarlo è l’agenzia di notizie siriana Sana, che cita i medici dell’ospedale locale. Jiwan Mohammed, un medico che opera all’interno del principale ospedale di Afrin, ha detto che nella struttura vi sono sei persone arrivate venerdì sera dal villaggio di Arandi, che avevano riscontrato questi sintomi di avvelenamento dopo che la cittadina era stata attaccata dalle truppe turche. Un altro medico dell’ospedale, Nouri Qenber, ha detto che le vittime hanno sofferto di mancanza di respiro, attacchi di vomito, eruzioni cutanee e pupilla dilatate. Tutti segnali che inducono a credere che sia stato utilizzato del gas. L’esercito turco non ha voluto ancora commentare la notizia. Le accuse nei confronti delle forze armate di Ankara sul presunto uso di agenti chimici nell’operazione “Ramoscello d’ulivo” sono presenti già dall’inizio delle operazioni ma, come ovvio che sia, il governo turco ha sempre negato qualsiasi utilizzo di attacchi con agenti chimici. 

L’agenzia di stampa statale Sana e  lo stesso – ormai noto – Osservatorio siriano per i diritti umani con sede nel Regno Unito hanno confermato questi sintomi citando ulteriori fonti locali che testimonierebbero il ricovero di cittadini della provincia colpita dall’esercito turco.  I video rilasciati dall’ospedale mostrano le persone sui lettini con le maschere di ossigeno ma non mostravano, naturalmente, i sintomi di un attacco chimico. Pertanto è difficile anche per le fonti di stampa internazionali giungere a una prova chiara e netta di questi attacchi. La portavoce del Dipartimento di Stato americano, Heather Nauert, ha detto che gli Stati Uniti sono a conoscenza dei rapporti “ma non possiamo confermarli, continuiamo a chiedere moderazione e protezione dei civili ad Afrin”. Una frase che testimonia comunque il fatto che nessuno si sente di negare a priori l’uso di armi chimiche nella campagna militare turca contro i curdi di Afrin e con il supporto del Free Syrian Army.

La Turchia ha avviato l’operazione “Ramo d’ulivo” il 20 gennaio scorso. Le Forze armate turche hanno definito l’operazione ad Afrin un’operazione di “legittima autodifesa” e intendono mettere in sicurezza quella parte di confine tra Turchia e Siria che è grosso modo rappresentata dal cantone di Afrin. L’obiettivo di Ankara è l’eliminazione delle Unità di protezione del popolo (Ypg), le forze armate che fanno capo al partito dell’Unione democratica (Pyd) di matrice curdo-siriana e che si oppone al governo siriano. Le autorità di Ankara considerano Pyd e Ypg due gruppi terroristici, in quanto legati al partito curdo dei lavoratori (Pkk) che è ritenuto da Ankara e dal partito di Erdogan come la principale minaccia per la sicurezza del Paese.

La guerra di Siria ha visto un sostegno militare degli Stati Uniti nei confronti dei curdo-siriani, che hanno sfruttato come “boots on the ground” per fermare lo Stato islamico e bloccare l’avanzata dell’esercito siriano. Finita la guerra allo Stato islamico, con la sconfitta della sua compagine territoriale, il confine turco-siriano si è trasformato nel teatro di una nuova guerra, che vede coinvolta in particolar modo la Turchia e i curdi di Siria. L’operazione “Ramo d’ulivo” nasce proprio allo scopo di controllare la “fase due” di questa guerra e dalla decisione turca di evitare che la coalizione internazionale a guida Usa consentisse ai curdo-siriani di stabilizzarsi in quella regione. Proprio a questo scopo, se prima l’operazione si doveva concentrare esclusivamente su Afrin, nel tempo è stata estesa ad Azaz e adesso ha come obiettivo la città di Manbij. Il tutto per impedire che si costruisca un “corridoio del terrore” di matrice curda. L’obiettivo è stato ribadito da Erdogan e Cavusoglu nei recenti incontri con Tillerson, che adesso, per fermare l’avanzata, si attendono che gli Usa abbandonino l’alleanza con i curdo-siriani. 

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