“Dichiariamo ufficialmente la nascita della resistenza popolare a Raqqa per impedire che l’aggressione americana prenda possesso di qualsiasi parte della nostra amata Siria dopo che gli Stati Uniti hanno riunito i terroristi di tutto il mondo proprio qui, in qualità di loro delegati. Loro hanno distrutto la città di Raqqa e ucciso i suoi abitanti innocenti”. Nasce così da questo annuncio durissimo, fatto circolare sul web e sui media locali, il fronte popolare di resistenza di Raqqa (PRor), vicino al governo siriano, che si oppone alla presenza delle forze militari statunitensi nella Siria nord-orientale e delle forze democratiche siriane (Sdf) sostenute dagli stessi Usa.  Un fronte di resistenza popolare che è cresciuto nelle ultime settimane e che potrebbe estendersi in tutto il territorio siriano occupato da Washington. 

Una risposta alla pulizia etnica

Come riportato da MintPress lo scorso giugno, il più grande ostacolo nella strategia Usa di annettere Raqqa come parte integrante della “regione autonoma” curda, è stata la popolazione nativa della stessa città, che è storicamente a maggioranza araba e non vede vi buon occhio – nonostante la presenza di arabi nelle Sdf – l’occupazione di forze straniere. Molti, infatti, temono di essere considerati dei cittadini di serie be di non godere di pieni diritti. Tali preoccupazioni sono maturate dopo la diffusione di alcuni rapporti sulla condotta dei curdi filo-Usa nelle aree da loro controllate, come spiegato anche dal Telegraph, e che testimonierebbero la pulizia etnica operata dagli stessi curdi nei confronti degli arabi proprio nei villaggi intorno a Raqqa.

Il capo dello staff del contingente militare russo in Siria, il colonnello Sergey Rudskoy, ha osservato che “i comandi delle forze democratiche siriane e i governi locali, nominati dagli americani, non affrontano la necessità di risolvere i problemi umanitari”.

Anche Amnesty accusa i curdi

Ma a puntare il dito contro i curdi ci sono anche organizzazioni come Amnesty International. Nel suo rapporto, intitolato “Nessun luogo dove andare. Sfollamenti forzati e demolizioni nel nord della Siria”, Amnesty International presenta le prove (tra cui testimonianze oculari e immagini satellitari) del deliberato trasferimento di migliaia di civili e della distruzione di interi villaggi nelle aree controllate dall’amministrazione autonoma. 

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“Distruggendo deliberatamente abitazioni civili e, in alcuni casi, demolendo e incendiando interi villaggi per poi obbligare i residenti a trasferirsi senza alcuna giustificazione di ordine militare, l’Amministrazione autonoma sta abusando della sua autorità e violando clamorosamente il diritto internazionale umanitario, rendendosi responsabile di attacchi che equivalgono a crimini di guerra”, ha dichiarato Lama Fakih, alta consulente di Amnesty International sulle crisi. Accuse smentite dalle forze filo-curde. 

Tensioni anche in altre zone del Paese

Come spiega Whitney Webb su MintPress, altri eventi recenti suggeriscono che il malcontento nei confronti della presenza militare Usa si sta diffondendo anche oltre Raqqa. Lunedì, tre soldati dell’esercito americano sono stati uccisi nella provincia siriana di Hasakah, nel nord-est del paese – un’area attualmente occupata dagli Stati Uniti e dal suo delegato militare a maggioranza curda, l’Sdf. Ad attaccare i militari Usa, come hanno rilevato i media locali, non sarebbero state forze islamiste ma uno dei gruppi di resistenza locale. Gli strateghi americani, qualora considerassero l’ipotesi di condurre altri attacchi mirati in territorio siriano, dovranno tenere conto delle possibili implicazioni anche su questo piano e delle reazioni della popolazione locale.