La Siria di Abu Mohammad al-Jolani, da poche settimane presidente ad interim del Paese levantino, sprofonda in un ciclo di violenze, scontri e repressioni che non sembra avere fine. E lo fa nei giorni in cui ci si avvicina all’anniversario del 15 marzo, che nel 2011 segnò l’inizio delle rivolte di Hama represse da Bashar al-Assad e dal suo regime. Da allora in avanti per la Siria la guerra civile è stato un incubo di violenza e sopraffazione. E chi si era illuso che la caduta di Assad, nel dicembre scorso, potesse portare la fine degli scontri si sta ricredendo in queste ore.
Strage di alawiti in Siria
240 morti in 48 ore: i dati messi in fila dall’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (Sohr) parlano di un ciclo di violenze contro i civili, di uccisioni a sangue freddo tra il 6 e il 7 marzo, di una durissima repressione compiuto dalle nuove autorità del Ministero della Difesa siriano. Ovvero il brand istituzionale dietro cui, oggigiorno, si nasconde una sigla sinistra: Hay’at Tahrir al-Sham (Hts), il gruppo militante di al-Jolani che ha guidato la vittoria nella rivolta anti-Assad.
Ora Hts formalmente si è sciolto, ma nei fatti è diventato lo Stato, uno Stato non meno repressivo di quello che ha preteso di liberare dagli Assad: le forze di sicurezza del regime, nota il Sohr, hanno massacrato nelle ultime ore centinaia di civili dopo che i lealisti pro-Assad si sono organizzati per colpire le forze del nuovo governo a Latakia e Tartus, epicentro della presenza degli alawiti, il gruppo religioso a cui fa riferimento il clan Assad e che nell’ultimo mezzo secolo è stato egemone in Siria.
Sotto il nome di due organizzazioni cappello, la Resistenza Popolare Siriana e il Consiglio militare per la liberazione della Siria, le forze legate al vecchio regime hanno alzato l’asticella a Latakia e Tartus con raid contro le forze di al-Jolani, a cui la polizia e il Ministero della Difesa oggi espressione di Hts hanno reagito con ferocia: 7 civili massacrati in città a Latakia e 2 a Tartus, molti di più nel governatorato del Nord-Ovest che è vicino alle aree costiere della Siria: 24 morti nel villaggio di Al-Shair, 38 a Al-Mukhtariya, 7 a al-Hafa, 22 a Qafis, ben 60 a Baniyas. Aggiungendo un’ottantina di morti distribuiti tra insorti e truppe regolari e i caduti nel resto del Paese si arriva alla scia di sangue dei 240 morti che parla di un Paese tutt’altro che pacificato e, anzi, in cui i metodi di repressione di Hts e al-Jolani ricordano crimini di guerra del passato di cui molti, in Siria e nel mondo, hanno sperato che si conservasse soltanto il ricordo.
La nuova Siria non è migliore di quella di Assad
Ebbene, se la Siria che doveva nascere dopo la caduta di Assad sarebbe dovuta essere uno Stato libero e democratico, così non sembra essere: non si vede la democrazia, dato che al-Jolani si è proclamato motu proprio presidente, e stanno tornando in auge le vendette e i regolamenti di conti che spesso accompagnano i cambi di regime. Le democrazie occidentali hanno a lungo contrastato Assad in nome del rifiuto della sua repressione contro i civili salvo poi fornire un assegno in bianco al nuovo governo degli ex “ribelli” sostenuto da Turchia e Qatar, visitando con i propri diplomatici Damasco e allentando le sanzioni senza adeguate garanzie di una normalizzazione del Paese.
I media del mondo hanno presentato la caduta di Assad come una liberazione e mostrato le immagini, terribili, dei detenuti del carcere di Sednaya dove il regime faceva scomparire i suoi nemici ma hanno mostrato molta più indulgenza sulle mosse di Hts, di cui avevamo dato conto: si pensi alla fuga dei civili armeni, alla repressione seguita all’attentato che ha portato alla morte di 14 persone a Tartus a fine dicembre e alla continua presentazione di un volto bonario del nuovo regime islamista che è tutto da dimostrare essere in grado di manifestarsi.
Al-Jolani, che si è cercato di ridipingere come “rivoluzionario“ veste bene, si è messo la cravatta, dialoga in podcast e programmi televisivi, ha evidentemente letto Daron Acemoglu e i suoi studi su come le istituzioni ben plasmate e patinate possano creare stabilità, sapendo che a molte controparti occidentali basterà presentare la quinta di cartapesta di uno Stato rinnovato per ottenere linee di credito politiche. Ma dietro, Hts, anche ora che è diventata lo Stato, resta il gruppo violento e settario che abbiamo conosciuto. Non ha più sul groppone la taglia di organizzazione terroristica del Dipartimento di Stato Usa, ma resta la formazione plasmata da anni di lotta tra Idlib e il deserto siriano.
E così, da un rais all’altro, a quattordici anni dall’inizio della guerra per la Siria continuano violenze settarie e divisioni. E c’è da chiedersi quanto chi, come le Forze Democratiche Siriane (Sdf) a guida curda, stava cercando di dialogare con Damasco sarà invogliato a pensare a riunificare il Paese dopo queste scene di violenza. Il governo a guida Hts dice di voler riunificare la Siria, ma la sta spezzando su faglie settarie. Questo a tutto vantaggio di chi, come Israele, viola l’unità territoriale del Paese levantino e ha tutto l’interesse a vedere una Siria debole.

