C’è aria di ottimismo in Repubblica Centrafricana dopo gli accordi di pace siglati nei giorni scorsi a Bangui, la capitale del paese. Tali accordi arrivano dopo mesi di trattative culminate negli incontri di Khartoum di inizio febbraio, in cui viene reso noto l’accordo che dovrebbe porre fine, il condizionale è d’obbligo, a cinque anni di guerra civile che sul campo lascia migliaia tra vittime e sfollati. Si tratta del terzo accordo di pace in pochi anni, gli altri non hanno avuto purtroppo buon esito. Questa volta però, almeno secondo analisti ed attori impegnati nelle trattative, potrebbe essere la giusta occasione per mettere fine alle violenze. 

L’origine della guerra civile nella Repubblica Centrafricana

Tutto nasce il 24 marzo 2013, quando al culmine di tensioni e scontri in altre aree del paese, nella capitale Bangui i miliziani della cosiddetta “Seleka“, gruppo che riunisce partiti e combattenti in gran parte musulmani, prendono il potere. Viene spodestato l’allora presidente François Bozizé, al suo posto i Seleka mettono al potere  Michel Djotodia. Da quel momento è il caos: inizia una lotta interreligiosa, in cui milizie musulmane attaccano villaggi cristiani, vengono compiuti saccheggi e razzie di ogni genere. La Repubblica Centrafricana diventa una polveriera impossibile da controllare, questo provoca un alto numero di morti e di profughi verso i paesi confinanti. Un inferno difficile da domare: molte comunità cristiane, per difendersi dagli attacchi, formano milizie denominate “anti balaka“. Il nome è indicativo, nelle lingue locali con balaka si intende “machete”. Ma anche in questo caso, tra gli stessi attaccati, nascono gruppi estremisti che a loro volta compiono altre razzie. Violenze e saccheggi sono da tutte le parti in lotta. 

I Seleka vengono ufficialmente sciolti nel settembre 2013, ma le guerre e le violenze proseguono. Tutti i gruppi hanno, in primo luogo, l’interesse per le ingenti risorse del paese: dall’oro alle fonti di energia, la Repubblica Centrafricana è un ghiotto serbatoio di interessi su molti fronti. La reazione della comunità internazionale non appare incisiva: vengono piazzati alcuni governi ad interim, poi nel 2015 si organizzano delle elezioni e ad essere eletto è l’ex primo ministro Faustin-Archange Touadéra. Come gesto simbolico contro le violenze, Papa Francesco nel novembre 2015 apre a Bangui la prima porta Santa dell’anno giubilare straordinario del 2016. L’imam che lo accompagna in quella visita indossa un giubbotto anti proiettile. Si arriva ad alcuni trattati di pace, ma infruttuosi. Poi, da qualche mese a questa parte, la situazione sembra più tranquilla in relazione all’avvio dei colloqui sopra citati di Khartoum.

Cosa prevede il trattato di pace

Secondo alcune stime della stessa Onu, il governo centrale avrebbe difficoltà a controllare il territorio in gran parte delle aree del paese. Gli ex Seleka e gli anti balaka, seppur operanti in maniera difforme da provincia a provincia, continuano nelle loro azioni di guerriglia. Rispetto ai primi anni di conflitto, il contesto appare comunque più stabile e forse questa è la prima giustificazione del clima di ottimismo che si respira nelle fasi cruciali della firma degli accordi. Il documento che dovrebbe sancire la fine della guerra, prevede un percorso volto alla riconciliazione ma anche all’accertamento della verità su quanto accaduto negli anni passati. Obiettivi ambiziosi, sui quali l’ottimismo forse potrebbe a prima vista sembrare eccessivo. In particolare, si prevede la creazione entro 90 giorni di speciali commissioni per la riconciliazione e la giustizia. Un processo dunque da gestire, sotto il profilo politico, in maniera congiunta da governo e gruppi armati. 

Inoltre, per un periodo di due anni, vengono installate delle speciali unità miste composte da membri dell’esercito e dei gruppi combattenti con l’intento di verificare il rispetto degli accordi e favorire il processo di pacificazione delle aree più remote. Si tratta indubbiamente di passi avanti per il paese africano, dopo anni in cui la guerra dilania intere comunità sia musulmane che cristiane. Tuttavia, permangono alcune criticità. In primo luogo, l’accordo in qualche modo sembra riconoscere il ruolo dei gruppi armati: quest’ultimi non vengono sciolti od inglobati nell’esercito, si conferisce loro una posizione al fianco dei militari. Questo rischia di non risolvere il problema più grave della Repubblica Centrafricana, ossia l’assenza di una qualsivoglia forma di Stato unitario. Il potere, di fatto, non è esercitato solo da un’istituzione centrale visto che quest’ultima scende a patti con milizie che diventano esse stesso un altro potere sul territorio. 

Forse, viste le violenze e la mancanza di una reale forza governativa e militare, l’accordo in questione è al momento l’unico possibile. Potrebbe, in questi primi mesi, anche funzionare e far tendere la situazione verso una normale tranquillità. Ma, a lungo termine, ben si evince come i problemi della Repubblica Centrafricana potrebbero nuovamente emergere. 

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