La geopolitica della corsa allo spazio
LEGGI IL MAGAZINE IN INGLESE

Nessuna resa. Dall’acciaieria Azovstal, il vicecomandante del battaglione Azov, Sviatoslav Palamar, detto Kalina, lancia la sua ultima sfida alla Russia con un videomessaggio. Il contenuto è chiaro: “Oggi è l’85esimo giorno di guerra. Io e il mio comando siamo sul territorio dello stabilimento Azovstal. È in corso una operazione di cui non condividerò i dettagli. Ringrazio il mondo intero e l’Ucraina per il supporto. Ci vedremo”.

L’annuncio arriva circa 24 ore dopo che da Mosca davano per certo la resa totale del battaglione Azov e degli ultimi combattenti asserragliati nei tunnel del sito metallurgico di Mariupol, compreso quella del vicecomandante Palamar. I video pubblicati dal ministero della Difesa russo che hanno mostrato nelle ultime due giornate i soldati ucraini uscire davanti alle truppe russe che circondavano Azovstal, faceva credere tutto procedesse secondo le richieste del Cremlino. Con Kiev che ha accettato l’accordo per l’evacuazione dei feriti, dei civili e soprattutto dei combattenti del complesso metallurgico con le parole di Volodymyr Zelensky sul fatto che all’Ucraina servissero “eroi vivi”.

Invece, nonostante la resa della maggior parte dei combattenti, il segnale lanciato oggi dal battaglione Azov suona come un ultimo avvertimento sul fatto che non ci sarà da subito la fine dell’assedio né la vittoria chiesta con insistenza dai comandi di Mosca. Un segnale ribadito in questi momenti anche da altri comandanti  che resistono da settimane all’assedio dell’acciaieria. Come quello del maggiore Bohdan Krotevych, che aveva avvertito attraverso i social che la guerra non era finita perché “noi siamo più deboli nel potenziale militare, ma la fiducia in sé del nemico è la nostra carta vincente”.

In una fase così complicata dell’assedio bisogna certamente calcolare il significato di queste immagini e di queste parole per entrambi gli schieramenti. Da parte russa vi è sicuramente il desiderio di arrivare e soprattutto di mostrare la fine di quella strenua resistenza ucraina per dare un messaggio di svolta rispetto agli obiettivi definiti da Vladimir Putin per la sua “operazione militare speciale”. Azovstal è un simbolo non solo per la presa definitiva di Mariupol, ormai data per certa, ma per tutta la guerra in Ucraina. L’immagine del battaglione Azov e delle frange più nazionaliste che si arrendono rappresenterebbe non solo la caduta dell’ultima roccaforte per congiungere Donbass e Crimea, le due terre “irredente”, ma anche il modo per far vedere agli ucraini che, alla lunga, le forze di Mosca prevalgono. Vittoria pratica e strumento di propaganda che non può essere sottovalutato.

Dall’altra parte del conflitto, l’ultima presa di posizione dei comandanti di Azov, in particolare per bocca del vicecomandante, non è solo un estremo gesto di resistenza, ma anche un segnale che viene lanciato sia alle forze ucraine che resistono (o che contrattaccano), sia verso il governo centrale di Kiev. Soprattutto in una fase in cui sembra, dal alcuni movimenti diplomatici e militari, che si stia riparlando di negoziati e di accordi tra le parti. Far vedere che i comandanti non sono stati evacuati, non si sono arresi, ma anche anzi combattono nonostante Mosca dica il contrario, non è solo l’immagine di un sacrificio che serve a rinvigorire gli animi di chi aveva già storto il naso di fronte alla caduta dell’Azovstal, ma anche per un governo che, a molti, inizia ad apparire accondiscendente verso i russi. E infatti, proprio in queste ore, l’agenzia ucraina Ukrinform segnala che Zelensky ha tenuto un discorso agli studenti e ai rettori ucraini in cui ha detto di non avere dubbi “che otterremo l’indipendenza. E sarà nella nostra storia come in quella di altri Paesi che hanno lottato per l’indipendenza e hanno vinto”. “Ma dobbiamo ricordare ora e sempre” ha sentenziato il presidente ucraino “che il prezzo di tutto questo è di decine di migliaia di vite. Le vite di tutti coloro che sono stati uccisi dal nemico. Decine di migliaia. Per l’indipendenza. E per l’opportunità per ognuno di voi di scegliere come vivere e in quale Ucraina vivere”.

Questo non significa che l’acciaieria sia destinata a resistere per molto tempo né che tutto il battaglione Azov abbia scelto per l’estremo gesto. I dati rilanciati dalla Difesa di Mosca riferiscono che da lunedì i soldati ucraini che si sono arresti sono 1.730, più di 700 nelle ultime 24 ore. Il brigadiere generale ucraino Oleksii Gromov aveva rassicurato sul proseguimento delle operazioni di evacuazione che che tutti credevano che sarà “mantenuta la parola data” dai russi sullo scambio e sul trattamento di chi ha ceduto le armi. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa, su richiesta di entrambe le parti, russi e ucraini, ha iniziato la registrazione dei soldati evacuati da Azvostal parlando di “centinaia” di prigionieri. Per ora da Kiev non sembrano siano giunte denunce nei confronti di Mosca: l’impressione, almeno per questi primi giorni dopo l’evacuazione, è che da parte delle forze russe e di quelle ucraine ci sia il desiderio di arrivare a un compromesso almeno sulla sorte di quegli ultimi soldati rimasti per settimane sotto le bombe nei bunker delle acciaierie.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.