Si intensifica la spinta per una guerra all’Iran

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La spinta per riprendere la guerra contro l’Iran aumenta. Di oggi la notizia che il Direttore dell’Intelligence nazionale Usa Jay Clayton ha informato il Segretario di Stato Marco Rubio che Teheran sta preparando attentati contro funzionari americani in Medio oriente e oltre e che la pianificazione sarebbe in stato avanzato. In parallelo, la manipolazione di un’intervista rilasciata da Tom Barrack, ambasciatore statunitense in Turchia e referente per la Siria, secondo la quale gli Stati Uniti potrebbero attaccare questo fine settimana.

In realtà, Barrak, che non brilla di intelligenza, interpellato su tale possibilità, ha risposto “assolutamente sì”, volendo intendere che le forze statunitensi sono pronte a colpire appena ricevono l’ordine. Ma sui media, appunto, tale prontezza operativa è stata rilanciata in tutt’altro modo.

Il partito della guerra globale e i media consegnati alle loro direttive stanno facendo di tutto per far precipitare la situazione e tale drammatizzazione, come anche gli inesistenti preparativi di attentati da parte dell’Iran, è in linea con questa disposizione. “Ma il presidente Donald Trump sembra aver smorzato l’entusiasmo”, come rileva acutamente il Timesofisrael, dichiarando di non saperne nulla…

Se, però, Trump ha potuto contrastare subito questo allarme – anche se le sue dichiarazioni sull’Iran restano materia di psichiatria – poco potrebbe fare se l’allarme lanciato dalla sua Intelligence nazionale si concretizzasse.

Interessante che a ricevere la preoccupante nota sui preparativi di attentati contro funzionari americani sia stato Rubio, che di recente è intervenuto a gamba tesa accreditando come un’operazione iraniana la boutade del fallito attentato alla base aerea britannica Fairford, che ha visto cinque ladruncoli di carburante fatti passare come attentatori al servizio di Teheran.

Se abbiamo ricordato questa ridicola vicenda, che ha avuto come corollario l’immediata indignazione dei leader occidentali contro l’Iran, è perchè l’allarme dell’Intellgence americana sembra anticipare qualcosa di simile, se non peggio, nel prossimo futuro. Nel caso probabile che si tratti di una profezia che si autoavvera, le pressioni su Trump perchè si decida a lanciare nuovi raid contro l’Iran aumenterebbero al parossismo.

A drammatizzare ancora più il quadro, la notizia che gli Stati Uniti stanno ritirando il proprio personale dalle ambasciate del Medio oriente. Ciò indicherebbe che la decisione di attaccare è vicina e irrevocabile. In realtà, finora Washington ha ritirato il personale dell’Arabia Saudita a causa della pioggia di missili e droni lanciati dagli Houti contro il nemico regionale e ha intensificato la sicurezza della sede giordana dopo lo strano attentato contro una chiesa cristiana. Probabile, però, che dopo l’allarme dell’Intellgence nazionale, Rubio decida di ampliare il ritiro.

Resta che tanti, in America, mettono in guardia dal rinnovare gli attacchi, anche sui media mainstream. Pur non potendo dirazzare dai rigidi schemi che impongono a tali cronisti di criminalizzare in ogni modo l’Iran e di provare empatia per un popolo che anelerebbe a essere liberato da Israele e Stati Uniti (sic), anche a suon di bombe o a seguito di sanguinosi rivolgimenti interni, devono ammettere che una nuova guerra non avrebbe successo né nel ristretto ambito bellico né nel più ampio ambito diplomatico, non sortendo l’effetto di piegare Teheran a più miti consigli. “Un’altra ondata di violenza”, conclude infatti David Ignatius sul Washington Post, “non gioverebbe a nessuno”.

Resta che, nel caso di una nuova aggressione, Teheran ha avvertito chiaramente che le regole di ingaggio sono cambiate rispetto al passato. I target sono stati ampliati e, tra questi, sono stati ricompresi “i data center per l’intelligenza artificiale e la rete di cavi in ​​fibra ottica nelle acque del Golfo e dello Stretto di Hormuz, considerata parte dell’infrastruttura Internet globale […] i fondali di questa regione ospitano almeno 6 sistemi di cavi sottomarini attivi che forniscono connettività digitale a gran parte del Medio Oriente”.

“Nonostante le discrepanze statistiche riguardo all’esatta quota di questa rotta del traffico Internet globale, è certo che queste infrastrutture veicolano la quota maggiore del traffico dati transcontinentale che collega le economie digitali del Golfo all’Europa e all’Asia” (al Manar). Tale sviluppo non provocherebbe una catastrofe globale, ma sicuramente creerebbe criticità più o meno acute al mondo intero.

Inoltre, se nel conflitto precedente l’Iran ha limitato i suoi attacchi agli impianti energetici del Golfo, non è detto che si ripeterà, anzi, dal momento che comprende che, se guerra sarà, la prossima, a meno di accordi sottotraccia, sarà esistenziale.

Peraltro, l’attuale guerra tra sauditi e Houti probabilmente entrerà nell’equazione del nuovo conflitto iraniano e Teheran può infliggere a Riad danni che le milizie yemenite non possono. Nel caso, la catastrofe globale è assicurata: il mercato globale può sopperire pur se con certo nocumento, come accade ora, al rallentamento del flusso del petrolio del Golfo, ma non può farne a meno.

Resta quanto scrive Mohammed Ayoob sul National Interest: “Le prove di una pianificazione [per la guerra] sono credibili. Il Financial Times ha citato tre persone a conoscenza dei preparativi per gli attacchi israeliani di inizio ottobre contro impianti nucleari iraniani, obiettivi del regime e infrastrutture energetiche. Il presidente Donald Trump si è opposto alla ripresa di ostilità su larga scala prima del 3 novembre. Il rapporto, tuttavia, lasciava incerta la partecipazione americana e riconosceva che le notizie sui preparativi avrebbero potuto anche servire come pressione negoziale sull’Iran. Ciò avvalora l’idea che una ripresa della guerra sia una possibilità concreta, ma non un impegno post-elettorale già definito”.

“Il New York Times ha riportato inoltre la possibilità di una breve e intensa campagna contro gli impianti nucleari, le capacità missilistiche e dei droni iraniani e le infrastrutture energetiche. È fondamentale sottolineare che, secondo il suo articolo, i funzionari americani non hanno ancora preso una decisione”. Vedremo.