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Walid Khalid Abdullah Ahmad non è morto. È stato lasciato morire. Lentamente, in silenzio, sotto la custodia dello Stato d’Israele. Aveva diciassette anni. È il primo minore palestinese a morire in una prigione israeliana, ma la sua vicenda, tragicamente, non è eccezionale.È il risultato di una serie di omissioni, trascuratezze e di un processo di disumanizzazione istituzionalizzata e profondamente radicato all’interno delle istituzioni israeliane.

Il 22 marzo 2025, Walid Khalid Abdullah Ahmad è crollato nel cortile del penitenziario di Megiddo, situato nel Nord di Israele, dove si trovava in stato di detenzione preventiva da circa sei mesi. Al momento del collasso, il giovane appariva in evidente stato di debilitazione fisica e probabile compromissione psicologica. Nonostante le richieste di assistenza rivolte alle autorità di sorveglianza da parte degli altri detenuti minorenni, non si è registrato un intervento immediato. I compagni di detenzione hanno provveduto autonomamente al trasporto di Walid fino al cancello della struttura, dove è stato finalmente preso in carico dal personale. Portato alla clinica del carcere, il personale medico ha tentato la rianimazione con adrenalina e defibrillatore. Alle 9:10 ne è stata dichiarata la morte.

Denutrizione e percosse

La causa ufficiale del decesso di Walid, inizialmente non divulgata dalle autorità israeliane, è stata accertata a seguito dell’esame autoptico condotto il 27 marzo presso l’Istituto di Medicina Legale Abu Kabir di Tel Aviv. Il referto medico legale ha stabilito che il decesso è sopraggiunto a causa di una combinazione di fattori, tra cui denutrizione, disidratazione conseguente a colite con episodi di diarrea ricorrente e complicazioni infettive, il tutto aggravato da una malnutrizione prolungata e dalla mancata somministrazione di cure mediche essenziali.

Evidenze quali addome infossato, marcata riduzione della massa muscolare e del tessuto adiposo, infestazione da scabbia agli arti inferiori e alla regione inguinale, unitamente ad abrasioni localizzate al naso, al torace e all’anca destra, suggeriscono una grave trascuratezza. La riscontrata presenza di aria nel torace e nell’addome, unitamente a segni di traumi contusivi, edema e congestione del colon compatibili con lesioni traumatiche, potenzialmente riconducibili a percosse, e la presenza di una ferita da taglio al collo, costituiscono elementi specifici e di significativa entità, difficilmente ascrivibili a cause fortuite o trascurabili.

Walid era stato arrestato nella notte del 30 settembre 2024, verso le tre del mattino, nella sua casa a Silwad, a Nord-Est di Ramallah, in Cisgiordania. Da decenni le incursioni notturne israeliane nei territori occupati seguono un copione preciso, agendo nel buio e colpendo nel silenzio, secondo uno schema ormai rodato. Una volta trasferito a Megiddo, Walid ha cominciato a manifestare problemi di salute quasi immediatamente. La scabbia, comparsa già in ottobre, è stata trattata soltanto con due visite mediche nel febbraio successivo e una a dicembre.In una di queste consultazioni, Walid riferì di aver subito un trauma cranico e di soffrire di una grave carenza alimentare.

I diritti negati

Sebbene il diritto internazionale, invocato da Governi e diplomazie occidentali a intermittenza, garantisca senza ambiguità ai detenuti alimentazione, cure mediche e condizioni igieniche minime, e benché la Quarta Convenzione di Ginevra imponga a Israele, in quanto occupante, obblighi giuridici vincolanti, le carceri israeliane, a cominciare da Megiddo, ne disattendono sistematicamente i precetti.

L’avvocato di Walid Khalid Abdullah Ahmad, Firas al-Jabrini, ha formalmente denunciato in reiterate occasioni il diniego di autorizzazione alle visite familiari e legali. Testimonianze dei compagni di cella riferiscono di fornitura di alimenti deteriorati, quali formaggio e latte avariati, nonché di acqua contaminata, causa di patologie. Nelle strutture carcerarie israeliane, i diritti fondamentali alla salute, alla vita e alla protezione da trattamenti inumani e degradanti non sono stati semplicemente trascurati, bensì negati come prassi consolidata, con una conseguente elusione di ogni responsabilità.

A partire dal genocidio a Gaza, il 7 ottobre 2023, le condizioni detentive all’interno delle carceri israeliane hanno subito un significativo deterioramento. Le visite familiari sono state sospese e l’accesso all’assistenza legale è divenuto estremamente difficoltoso. Le testimonianze di minori palestinesi rilasciati descrivono episodi continuativi di percosse, scarsità e deterioramento del cibo, condizioni igienico-sanitarie precarie con celle sovraffollate e restrizioni nell’accesso ai servizi igienici. Ciò che avviene in questi spazi più che incuria, è una forma di punizione collettiva, diretta a fiaccare l’identità stessa del detenuto. Nel caso di un minore, tutto questo assume un significato ancora più grave, una dimensione ancora più atroce.

I 72 corpi non restituiti

La vicenda di Walid non si conclude con la sua morte. Il suo corpo non è stato restituito alla famiglia. È uno dei 72 corpi di palestinesi deceduti nelle carceri israeliane e ancora trattenuti dallo Stato. Una forma estrema di controllo che supera la vita stessa. Anche i morti diventano strumenti politici.

Coloro che continuano a definirla “circostanza complessa” o “incidente isolato” si fanno complici di una macchina ben oliata di abusi e impunità, dove la morte di Walid non è un malfunzionamento, ma il prodotto previsto dalla stessa macchina. Un meccanismo che ha smantellato proporzionalità e giustizia per installare ingranaggi perfetti di dominazione. Quella di questo giovane non è una semplice tragedia personale, è la rappresentazione tangibile della condizione di vita sotto l’occupazione per la popolazione palestinese odierna.

Walid non è morto per semplice malattia o negligenza. È morto perché, agli occhi dell’apparato carcerario che lo ha imprigionato, la sua esistenza non meritava tutela. La trasformazione deliberata della privazione di cure, alimentazione e dignità in metodo di annientamento non può che definirsi, sul piano giuridico ed etico, come tortura.

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