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Lo storico accordo di normalizzazione dei rapporti tra Israele ed Emirati Arabi Uniti mediato dalla Casa Bianca dello scorso 13 agosto, porterà con se non solamente una svolta epocale a livello politico ed economico, ma aprirà a Tel Aviv un mercato che sino ad oggi era rimasto chiuso, un mercato ad alta tecnologia e per questo molto redditizio: quello della Difesa.

Abbiamo già avuto modo di chiarire l’importanza politica e le conseguenze di questo avvenimento epocale: si va formando un fronte unico anti-iraniano nell’area del Medio Oriente che emarginerà Teheran ed i suoi alleati regionali spingendoli, possibilmente, ancora di più tra le braccia dei giganti d’oriente (Cina e Russia), con tutte le nefaste conseguenze che potrebbero crearsi sul medio e lungo termine.

Dal punto di vista commerciale, ed in particolare in quel settore delle industrie della Difesa, l’accordo permetterà ad Israele di avere accesso ad un mercato che, per i soli Eau, vale circa 23 miliardi di dollari l’anno. Un mercato in crescita per ora dominato largamente dagli Stati Uniti, che forniscono armi per circa 20 miliardi di dollari ad Abu Dhabi.

Come riporta Haartez, già poche ore dopo la normalizzazione, fonti dell’industria della difesa israeliana stavano parlando di come gli Emirati Arabi Uniti abbiano il potenziale per compensare la perdita di vendite a livello locale a causa dei termini dell’attuale accordo di aiuto degli Stati Uniti viziato anche dalla crisi pandemica. Israele, infatti, ha sempre ricevuto cospicui aiuti da parte di Washington che nel 2019 si sono concretizzati in 38 miliardi di dollari spalmati su 10 anni di cui 33 per il Fmf (Foreign Military Financing) e 5 per assistenza nel settore della difesa missilistica. Esperti del settore industriale militare israeliano hanno sottolineato che gli Eau sono un partner ideale con grandi disponibilità finanziarie e un regime autoritario che può prendere decisioni rapide sull’acquisto di armi.

La collaborazione tra Tel Aviv e Abu Dhabi potrebbe quindi abbracciare un settore industriale vitale, che comprende anche quello della cybersicurezza e dell’intelligenza artificiale (Ia), facendo compiere quindi un gigantesco balzo in avanti alla Difesa del piccolo emirato del Golfo.

Il mese scorso, la società degli Emirati Arabi Uniti Group 42, che si occupa di Ia e di sviluppo e implementazione di nuove tecnologie, ha accettato di collaborare con Israel Aerospace Industries (Iai) e Rafael Advanced Defense Systems per sviluppare sistemi in grado di combattere il nuovo coronavirus. Molto di più, però, sta succedendo dietro le quinte: sembra che siano coinvolte non solo società della difesa come Iai, Rafael ed Elbit Systems, ma anche altri attori puramente tecnologici come Aeronautics Defense Systems (droni), AnyVision (riconoscimento facciale) e Nso Group Technologies (sorveglianza informatica).

Tra i due Paesi, infatti, ci sono stati dei rapporti di collaborazione “sotto traccia” anche in assenza di contatti diplomatici ufficiali che sono stati stimati valere parecchie decine di milioni di dollari tanto che alcune persone nel settore considerano la normalizzazione un possibile problema perché ora tutto, compresi gli accordi che sarebbe meglio restassero nascosti, uscirà allo scoperto. Tuttavia, la maggior parte delle fonti del settore ha affermato che la normalizzazione probabilmente porterà a un aumento della vendita di armi, dei sistemi di sicurezza informatica e di quelli C4ISR alle potenze del Golfo. Israele infatti è il Paese leader della regione per quanto riguarda i sistemi di ricognizione, ad esempio, e l’attività di partenariato con gli Emirati Arabi Uniti potrebbe portare alla condivisione (parziale) dell’attività di raccolta dati della Difesa israeliana che farebbe da apripista per un eventuale allargamento anche agli altri Paesi del Golfo che intendono seguire la strada aperta da Abu Dhabi.

Ancora una volta, però, a fare gola è proprio il mercato degli armamenti. Gli Eau hanno in dotazione sistemi di fabbricazione americana, come i caccia F-16 presenti in 77 esemplari, che potrebbero essere aggiornati dalle industrie israeliane, e lo stesso discorso vale per l’Oman e il Bahrein, che hanno forze aeree più modeste ma che parlano “americano”, quindi con assetti ben conosciuti dagli specialisti con la stella di Davide.

Ancora più interessante da questo punto di vista è la possibilità che Tel Aviv decida di vendere il sistema Iron Dome alle monarchie del Golfo ed in particolare agli Eau: lo spauracchio dato dall’attività missilistica iraniana unito, nel caso di Abu Dhabi, all’esigenza di difendere infrastrutture strategiche molto importanti come la nuova centrale nucleare, potrebbe spingere verso un accordo in questo senso. Del resto già cinque anni fa alcuni Paesi del Golfo avevano già espresso interesse un po’ velatamente verso il sistema di difesa antimissile israeliano, ma i tempi non erano ancora maturi. Com’è ovvio la situazione è ancora in fieri, e non c’è modo di sapere con esattezza l’esatta tipologia di trattative tra i due Stati nel campo della Difesa, ma la strada è ormai segnata, ed è una strada ricoperta di petrodollari sonanti.

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