La Royal Dutch Shell ha rinunciato alla propria partecipazione a uno dei più importanti giacimenti di gas naturale nelle acque della Striscia di Gaza, esortando i palestinesi a ricercare un nuovo gruppo per sostituirlo. I ministri del dell’Autorità palestinese hanno dichiarato che erano già stati informati dal gigante dell’energia della sua intenzione di ritirarsi dal progetto e della già avviata ricerca di un nuovo acquirente.
Un portavoce di Shell, sentito dall’agenzia Reuters, ha dichiarato: “Confermiamo di aver discusso con varie parti sul futuro del progetto Gaza Marine. In questo momento, Shell continua a detenere i diritti nell’asset di Gaza Marine “. Insomma, Shell abbandona il progetto e cerca acquirenti, ma rimane finché non riuscirà a trovare una compagnia in grado di sostituirla.
La questione del giacimento di gas palestinese non è secondaria nello scacchiere del Mediterraneo orientale. Ed è fondamentale anche (e ovviamente) nelle logiche dello scontro israelo-palestinese e nell’ottenimento del riconoscimento statuale della Palestina. Il Gaza Marine, situato a 36 chilometri dalla costa di Gaza, è stato a lungo considerato un’opportunità d’oro per l’Autorità palestinese. Da un lato, il giacimento permetterebbe alla Palestina di raggiungere l’autosufficienza energetica. E già questo, di per sé, rappresenta un dato fondamentale visto che Israele può attuare, e attua, soprattutto nella Striscia, il taglio alle forniture energetiche.
Dall’altro lato, l’Autorità nazionale palestinese, da tempo a corto di liquidità, può ottenere non solo una quantità di denaro sufficiente per rifocillare le disastrate casse dello Stato, ma può ottenere una posizione di tutto rispetto all’interno del grande gioco del gas del Mediterraneo orientale. Un ambito particolarmente importante per il futuro della regione e su cui si iniziano a incardinare i veri rapporti forza di tutta l’area che va dalla’Egitto alla Turchia.
Con l’uscita di Shell, il Palestine Investment Fund, un fondo sovrano della Palestina, rimane lo stakeholder unico. Questo significa però che l’Autorità ha il dovere di cercare un acquirente che ne garantisca lo sfruttamento in parallelo alle operazione di Shell. Proprio riguardo ciò, un funzionario palestinese che ha familiarità con la questione, e che ha parlato in condizioni di anonimato a Reuters , ha detto che una volta individuato un potenziale acquirente, discuteranno delle opzioni su quando potrebbe essere acquisito il controllo del progetto.
La questione però resta se questo acquirente sarà possibile trovarlo. Di sicuro, per l’Anp non sarà un compito facile. L’uscita di scena di un colosso degli idrocarburi come Shell è già di per se un segnale inequivocabile dei rischi e delle pressioni internazionali che le aziende dell’energia devono mettere in conto prima di accedere ai diritti sul giacimento.
I problemi sono chiari. Da una parte vi sono rischi legati alla sicurezza e all’instabilità. La Striscia di Gaza, sottoposta al controllo di Hamas (forse ancora per poco), non ha un governo in grado di garantire né la sicurezza del suo mare né degli inevitabili e necessari collegamenti fra le piattaforme e la terraferma. Inoltre, è inutile ricordare i rapporti bollenti con Israele, in cui l’ultimo raid dell’aeronautica israeliana dimostra che c’è sempre la possibilità della deflagrazione di un conflitto su ampia scala.
A questi problemi si aggiunge poi quello degli interessi di Israele su quel giacimento. Il governo di Tel Aviv è entrato ormai prepotentemente nel mercato del gas e la visione molto radicale di Netanyahu sul fronte del rapporto con i palestinesi lascia intendere che non abbiano intenzione di fare concessioni all’Autorità palestinese. Questo comporta, inevitabilmente, che le stesse aziende internazionali si preoccupino dei rischi di collidere con gli interessi israeliani che sono molti e di gran lunga più importanti, per il mercato mondiale, di quelli palestinesi.
La questione si estende poi anche sulla terraferma. Come ricordato da Al Jazeera, sono centinaia le località in Israele e nei territori occupati che sono state esaminate per anni, senza grande successo, per la ricerca del petrolio per molti anni senza un significativo successo.
Recentemente ci sono stati grossi ritrovamenti sotto il territorio palestinese in Cisgiordania. Ma solo Israele sta sfruttando quel giacimento. E, secondo i funzionari palestinesi citati dal quotidiano del Qatar, “Israele ha spostato il muro di separazione per fornire alla compagnia petrolifera israeliana Givot Olam un accesso illimitato alla scoperta”. Le riserve si trovano tra il villaggio palestinese di Rantis, a nord-ovest di Ramallah, e la città israeliana di Rosh Haayin.
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