Il nuovo rapporto della relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese scuote le fondamenta della diplomazia internazionale. Non si limita a denunciare il massacro di Gaza come un’azione unilaterale di Israele, ma ne descrive la natura di “crimine collettivo”, reso possibile grazie alla rete di complicità globale di oltre sessanta Paesi. La tesi è netta: senza il sostegno militare, diplomatico, economico e ideologico di Stati terzi, l’operazione israeliana non avrebbe potuto reggere nel tempo.
Diplomazia e media: lo scudo invisibile
Il primo pilastro della complicità è quello diplomatico. Gli Stati Uniti hanno usato sette volte il veto al Consiglio di Sicurezza per bloccare risoluzioni sul cessate il fuoco, coprendo Israele sul piano internazionale. Attorno a Washington si è mossa una costellazione di potenze occidentali — Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Germania e Paesi Bassi — che con astensioni, bozze annacquate e mancanza di volontà politica hanno creato l’illusione di un’azione diplomatica, rallentando in realtà qualsiasi pressione efficace.
Questa copertura è stata rafforzata dal discorso mediatico occidentale che, secondo Albanese, ha interiorizzato e amplificato le narrazioni israeliane, cancellando ogni distinzione tra combattenti di Hamas e popolazione civile palestinese e legittimando l’uso della forza in nome della “difesa della civiltà”.
Armi e tecnologia: la spina dorsale dell’offensiva
La complicità militare non è meno grave. Gli Stati Uniti restano il principale fornitore di aiuti, con 3,3 miliardi di dollari l’anno in finanziamenti militari esteri e ulteriori 500 milioni per la difesa missilistica. La Germania e l’Italia figurano tra i maggiori partner, mentre il Regno Unito ha svolto un ruolo chiave con centinaia di voli di sorveglianza e cooperazione d’intelligence. Ventisei Stati, compresi India, Austria, Spagna, Francia e Cina, hanno inviato spedizioni di armi e munizioni. Diciannove Paesi hanno contribuito al programma dei caccia stealth F-35, fondamentali per i bombardamenti. E mentre alcuni Stati — come Spagna e Slovenia — hanno interrotto le forniture, molti altri hanno aperto i propri porti e aeroporti ai transiti bellici, alimentando la macchina militare.
Il commercio come legittimazione politica
La terza dimensione è quella economica. L’Unione Europea, principale partner commerciale di Israele, ha mantenuto alti livelli di scambio anche nel pieno della guerra. Alcuni Paesi europei — Germania, Grecia, Italia e Francia — hanno addirittura intensificato le relazioni economiche. Lo stesso è accaduto con Stati arabi come Emirati, Egitto, Giordania e Marocco, confermando che la normalizzazione economica è diventata uno strumento potente di legittimazione politica. Solo la Turchia ha temporaneamente sospeso gli scambi, ma con canali indiretti ancora attivi.
Gli aiuti umanitari come arma
L’attacco a UNRWA è un altro tassello della strategia. Quando Israele ha accusato l’agenzia ONU senza prove, 18 Paesi hanno immediatamente sospeso i fondi, indebolendo l’unico sostegno sistemico alla popolazione palestinese. Washington ha poi varato una legge che vieta i finanziamenti, e solo pochi Stati hanno reagito chiedendo un parere alla Corte Internazionale di Giustizia. Secondo Albanese, questa sequenza mostra come gli aiuti siano stati trasformati da strumento di protezione a leva politica, funzionale a prolungare il conflitto.
L’ombra lunga delle potenze occidentali
Il rapporto sottolinea infine l’impunità garantita a cittadini occidentali che hanno combattuto nelle forze israeliane e l’ostruzionismo nei confronti della Corte penale internazionale. Gli USA hanno imposto sanzioni alla Corte, il Regno Unito ha minacciato tagli ai fondi e molti Stati europei hanno ignorato i mandati di arresto contro i vertici israeliani. Questo silenzio legale completa il mosaico della complicità.
La dimensione geopolitica della guerra
La crisi di Gaza non è solo un dramma umanitario. È una questione strutturale di potere. I Paesi occidentali, attraverso la loro inerzia o complicità attiva, stanno di fatto riaffermando la centralità delle logiche coloniali e di sicurezza selettiva, mentre Israele consolida la sua posizione strategica nel Mediterraneo orientale e nel Medio Oriente allargato. Gli Stati arabi, divisi e pragmatici, non hanno assunto una linea comune efficace, preferendo tutelare equilibri interni ed esterni piuttosto che esercitare pressione reale.
La definizione di genocidio come “crimine collettivo” è una denuncia ma anche un avvertimento. Se la responsabilità è condivisa, lo è anche la possibilità di invertire la rotta. La comunità internazionale — soprattutto quella occidentale — è posta davanti a un bivio: continuare a essere complice di un ordine ingiusto o assumersi il rischio politico di cambiarlo. Albanese non parla solo a Israele, ma all’intero sistema internazionale che, con la sua inerzia calcolata, ha reso possibile la distruzione di Gaza.
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