Guerra /

Quando Gheddafi è stato barbaramente ucciso da quegli stessi ribelli considerati il frutto della nuova Libia liberata, il Regno Unito, e con esso altri Stati occidentali, osservava – tra il compiaciuto e il complice – il disastro che stavano costruendo in quella che un tempo era la Libia. Gheddafi era diventato in pochi anni un nemico giurato del mondo occidentale, un feroce dittatore da abbattere, l’ostacolo principale alla democrazia libica e ai suoi sostenitori. E questa narrazione fu imposta da ed a tutti i governi europei, che cambiarono in poco tempo il loro pensiero sul colonnello Gheddafi dopo che per anni gli avevano (anche fisicamente) disteso il tappeto rosso quando arrivava in visita nelle capitali del Vecchio Continente. La guerra in Libia ha rappresentato, come poi avvenuto in Siria, un rovesciamento della narrazione con cui erano stati dipinti quei governi che, a Damasco come a Tripoli, governavano con metodi lontani, evidentemente, dalla democrazia parlamentare europea, ma che riuscivano a tenere a freno i venti jihadisti che potevano spirare da un momento all’altro sul Nordafrica e sul Medio Oriente. Gheddafi non era un santo, ma all’Europa ha fatto comodo. E oggi sono in molti a rimpiangere la Libia del colonnello rispetto a quell’inferno creato con il conflitto e il rovesciamento del dittatore. Ma quello che stupisce, sempre, di quella guerra, è stata la capacità con cui i Paesi occidentali hanno cambiato radicalmente posizione sulla Libia in poco tempo nonostante i rapporti fra i loro governi e quello di Tripoli fossero tutt’altro che fondati sull’inimicizia.

Un’inchiesta del Guardian realizzata grazie a interviste, documenti declassificati e documenti ottenuti con il caos della guerra di Libia,  ha messo in luce ad esempio il rapporto molto profondo che c’era fra i servizi segreti britannici e i servizi segreti libici, in particolare l’External Security Organization, ai tempi di Gheddafi. Subito dopo l’attacco alle Torri Gemelle, i servi inglesi, insieme alla Cia, decisero di indirizzare la propria azione verso un maggiore coordinamento con le agenzie di intelligence dei Paesi a maggioranza islamica, in particolare con quelli con cui era più facile scendere a compromesso. E la Libia fu subito uno dei Paesi considerati più “alla portata” di questa missione delle agenzie angloamericane, anche per riuscire a creare quelle connessioni utili a capire se effettivamente Gheddafi potesse rappresentare una minaccia seria per gli interessi di Cia e MI6. La collaborazione iniziò subito e continuò anche dopo la guerra in Iraq, quando ormai diventava sempre più chiaro l’inganno delle armi di distruzione di massa nelle mani di Saddam Hussein. L’inchiesta del quotidiano britannico rileva in particolare la collaborazione dei servizi britannici nell’individuazione e consegna dei nemici di Gheddafi all’estero e nel territorio del Regno Unito, un’azione che di certo non viene resa a favore di un governo nemico. Nel novembre del 2002, l’External Security Organization consegnò all’MI6 una lista di 79 persone legate al Gruppo dei combattenti islamici libici, gruppo di cui molti membri passarono nelle fila di Al Qaeda. In particolare si fa riferimento all’aiuto delle due agenzie d’intelligence per catturare due figure chiave dell’opposizione libica presente in Estremo oriente, e consegnate entrambe a Tripoli con mogli e figli. I due furono poi torturati.

Nel 2004, Abdel Hakim Belhaj, comandante del gruppo, fu consegnato ai libici, insieme a sua moglie, mentre doveva prendere un volo da Pechino a Londra. I servizi americani collaborarono nel dirottare i due su un aereo per Kuala Lumpur e infine, una volta a Londra, furono consegnati ai libici. Pochi giorni dopo, fu la volta di Sami al-Saadi, leader spirituale del gruppo dei combattenti islamici, che si trovava in Cina con moglie e quattro figli. Avvicinato da agenti Uk, fu poi condotto nelle carceri di Hong Kong. Da lì furono portati con un aereo egiziano in Libia. Belhaj e al-Saadi avrebbero poi passato altri sei anni in carcere prima di uscire durante le rivolte. Nel frattempo, l’MI5 (che si occupa della sicurezza interna) apriva e porte del Regno agli agenti dei servizi segreti libici operanti all’estero, che iniziarono a individuare  e prelevare tutti i cittadini libici residente in Gran Bretagna nemici del regime. E nel 2007, fu lo stesso Tony Blair a scrivere a Gheddafi una lettera in cui lo ringraziava per la collaborazione e si scusava per un inconveniente su alcune “consegne” di dissidenti. “Dear Muammar” si legge nella lettera, divenuta poi il simbolo dell’ipocrisia del governo britannico nell’essersi impegnato poi così rapidamente nella guerra contro lo stesso leader della Libia.

La caduta di Gheddafi e le rivolte in tutta la Libia hanno inevitabilmente portato alla luce documenti di questa collaborazione, Alcuni dissidenti hanno poi chiesto i danni al governo di Sua Maestà, colpevole di averli consegnati al carcere e alle torture in violazione dei diritti umani. Ma quello che è ancora più evidente è l’ipocrisia di chi faceva affari con il governo Gheddafi e che poi, di punto in bianco, ha deciso di considerarlo un feroce criminale. Una storia purtroppo molto comune nei rapporti fra regimi nordafricani e mediorientali con l’Europa e l’America ma che deve comunque far riflettere. E ci si domanda se documenti scottanti di questo genere non sarebbe stati rinvenuti anche in Siria se Assad non avesse resistito al potere.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME