Il 26 giugno scorso, in una controffensiva delle forze di Fayez al Sarraj a Gharian – quartier generale del generale Khalifa Haftar nella sua avanzata verso Tripoli – sono stati ritrovati quattro missili anticarro Javelin, di chiara provenienza americana.

Sono armi normalmente cedute dagli Stati Uniti ai suoi alleati più stretti. Inizialmente, il numero di contratto presente sui container dei missili aveva fatto pensare che si trattasse di razzi venduti nel 2008 a Emirati Arabi Uniti e Oman, entrambi importanti partner strategici di Washington.

La notizia aveva suscitato subito un certo scalpore, non perché non fosse noto il sostegno di Abu Dhabi nei confronti del generale Haftar, ma perché il gesto avrebbe rappresentato una doppia violazione: dell’accordo economico stretto con gli Stati Uniti e dell’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite sulla Libia. Oggi, però, l’esito dell’indagine sull’origine dei missili – svolta dai dipartimenti di Stato e della Difesa statunitensi – ha fatto emergere una nuova verità: è la Francia, non gli Uae, l’acquirente delle armi americane. Il numero di serie non mente: si tratterebbe di una partita di 260 Javelin comprati da Parigi nel 2010. I missili sarebbero giunti in territorio libico insieme alle truppe francesi impiegate in missioni di Intelligence e antiterrorismo in Libia orientale, lontano sia da Tripoli che da Gharian.

Non potendo negare la proprietà delle armi in questione, Parigi ha però dichiarato che esse non sarebbero mai state trasferite alle milizie di Haftar o a qualsiasi altro gruppo presente nel Paese: dunque solo razzi “danneggiati e inutilizzabili”, accantonati in un deposito in attesa di essere distrutti. Fin dall’inizio della guerra civile libica, Parigi ha negato di aver fornito armi al generale Haftar, sostenendo invece di avergli offerto sostegno diplomatico.

Al fianco di Haftar

La presenza di armi straniere in Libia ha confermato il sospetto che la guerra civile venga continuamente alimentata da potenze esterne. L’importanza strategica della Libia a livello internazionale, infatti, è tale da non consentire che lo scontro tra i due governi – quello di Tobruk e quello di Tripoli – venga gestito come una “semplice” guerra civile.

Ciò è risultato ancora più evidente dopo che, lo scorso aprile, Haftar ha avviato una campagna per conquistare Tripoli. In questa occasione, le potenze straniere già implicate nella guerra civile hanno intensificato il sostegno militare nei confronti dei due schieramenti rivali. Il generale Haftar, in particolare, può contare sull’appoggio di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Sudan, Egitto e Russia. Secondo quanto riferito da fonti egiziane e libiche, il confine tra Egitto e Libia sarebbe stato teatro di una mobilitazione di forze “senza precedenti”, resa possibile proprio dal finanziamento emiratino e saudita.

Pochi giorni fa, i leader di Uae e Sudan hanno deciso di inviare altri combattenti in sostegno dell’uomo forte del governo di Tobruk. Alcuni accordi sarebbero stati già conclusi dagli Emirati anche con milizie africane provenienti dai Paesi vicini al Sudan – in particolare il Ciad – che si sarebbero impegnati a inviare i loro soldati in Libia in cambio di aiuti economici. Uno degli obiettivi dell’impegno in Libia da parte di forze così eterogenee sarebbe quello di “limitare il supporto della Turchia al Gna – il governo di Tripoli riconosciuto dalla comunità internazionale – e limitare l’ascesa delle forze islamiste” presenti nel Paese.

Con l’avanzata dell’uomo forte del governo di Tobruk verso Tripoli, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, ha infatti rafforzato il proprio sostegno nei confronti di Al Sarraj, continuando a fornirgli armi, sulla base di un accordo di cooperazione militare stretto tra le due parti. Proprio il sostegno di Ankara avrebbe reso possibile – secondo le autorità turche – la controffensiva di Al Sarraj, in grado di “ri-bilanciare” la lotta contro il rivale, che ha portato anche alla riconquista di Gharian. Ma non è tutto: nel rifugio di Gharian – liberato a fine giugno dalle forze di Al Sarraj – sono stati rinvenuti anche droni e proiettili a guida laser “made in China”. I droni cinesi Wing Loong II, ripetutamente avvistati nei cieli di Tripoli, sarebbero stati probabilmente acquistati dagli Uae e utilizzati per sostenere l’uomo forte del governo di Tobruk. È improbabile, infatti, che sia stata direttamente la Cina a intervenire nel conflitto libico, dal momento che Pechino caldeggia una politica di “non allineamento”, propendendo la risoluzione politica del conflitto.

La complessa situazione in cui versa la Libia, sembra essere l’esito non soltanto di una società profondamente tribale e frammentata, ma dei numerosi attori esterni. Questi alimentano gli scontri facendo leva ora su una, ora sull’altra forza in campo, rendendo quasi impossibile la stabilizzazione del Paese nordafricano.