Immaginiamo, per un momento, che il cielo sopra l’Iran torni a popolarsi di minacce. Che il ruggito profondo dei bombardieri stealth americani – i temuti B-2 Spirit – non arrivi da un angolo remoto del Golfo Persico, ma da una pista italiana: quella della base di Aviano, nel cuore del Friuli Venezia Giulia. E che i Global Hawk, droni a lungo raggio capaci di osservare ogni angolo del territorio iraniano, decollino silenziosamente da Sigonella, in Sicilia, per scrutare dall’alto i bunker di Natanz o le caserme delle Guardie della Rivoluzione. È solo un’ipotesi, certo. Un esercizio di analisi geopolitica. Ma non è un’ipotesi inverosimile.
Perché se l’Italia appare, nella narrativa ufficiale, come Paese neutrale e pacifico, nei fatti essa è una delle principali piattaforme logistiche e militari della NATO nel Mediterraneo allargato. Aviano, Sigonella, Napoli, Camp Darby: nomi che raramente compaiono nel dibattito pubblico, ma che negli ambienti strategici contano eccome.
Aviano ospita aerei da attacco come gli F-16, ed è già pronta ad accogliere i B-2, capaci di penetrare le difese antiaeree più sofisticate. Sigonella è un hub cruciale per l’intelligence aerea, dove si incrociano i voli dei droni Global Hawk e Reaper, usati sia per il monitoraggio che per operazioni offensive. Napoli non è solo una città, ma il cervello operativo della Sesta Flotta e del comando NATO per il sud Europa. E Camp Darby, con i suoi vasti depositi di munizioni tra Pisa e Livorno, è la retrovia che alimenta qualsiasi escalation.
Uno scenario plausibile – come quello che si profilerebbe se gli Stati Uniti decidessero di colpire nuovamente o con maggior impatto l’Iran in risposta a una crisi nucleare o a un attacco a Israele – vedrebbe queste basi al centro di un’operazione globale. Roma riceverebbe una richiesta “tecnica” dagli alleati americani: autorizzare i voli da Aviano, aprire i cieli a missioni d’intelligence, garantire il flusso logistico da Camp Darby. Ma dietro quella richiesta ci sarebbe un bivio politico.
Perché l’Italia non è un Paese qualunque. È firmataria di una Costituzione che “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”. Ogni utilizzo delle basi per scopi offensivi, in teoria, dovrebbe essere autorizzato dal governo e discusso in Parlamento. Ma la prassi è un’altra. Come già avvenuto in passato per le operazioni in Libia, Siria e Iraq, spesso si procede in silenzio, nel cono d’ombra tra le esigenze militari e la cautela diplomatica.
E allora immaginiamo un Consiglio dei ministri riunito d’urgenza. La presidente del Consiglio Meloni, il ministro Crosetto alla Difesa, Tajani agli Esteri. A loro spetterebbe una decisione che potrebbe far entrare l’Italia, anche solo per interposta logistica, in una guerra dagli esiti imprevedibili. Perché l’Iran non è l’Iraq del 2003, né la Siria del 2014: è un Paese da 85 milioni di abitanti, con capacità missilistiche avanzate, alleati regionali e una dottrina militare asimmetrica.
Dire “sì” agli americani significherebbe schierarsi in modo inequivocabile. Esporsi a ritorsioni informatiche, a sabotaggi, forse ad attacchi contro le stesse basi, già individuate da Teheran come potenziali obiettivi. Dire “no” vorrebbe dire mettere in discussione il rapporto con Washington, in un momento in cui la fedeltà atlantica è considerata quasi un dogma, specie dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
Nel frattempo, l’opinione pubblica italiana resterebbe, come sempre, spettatrice. Forse qualche manifestazione, qualche appello, ma difficilmente un dibattito vero. Eppure, il tema meriterebbe di essere sollevato. Perché non si tratta solo di guerra o pace, ma di identità strategica. L’Italia è ancora un Paese sovrano o solo una piattaforma avanzata per conflitti decisi altrove?
E c’è anche un altro rischio, più sottile. L’Italia ha costruito, negli anni, una reputazione di interlocutore credibile nel mondo arabo e musulmano. Un ruolo che le ha consentito di mantenere relazioni sia con Israele sia con l’Iran, con l’Egitto e con l’Algeria, con i Paesi del Golfo e con la Turchia. Schierarsi apertamente, anche solo con il supporto tecnico, metterebbe a rischio questo equilibrio. E aggraverebbe la percezione – già diffusa – di un’Europa completamente appiattita sulle posizioni americane.
Infine, c’è il fattore russo. In uno scenario in cui Mosca e Teheran si avvicinano, anche solo per necessità geopolitica, l’Italia diventerebbe un obiettivo potenziale di operazioni ibride: cyberattacchi, campagne di disinformazione, pressioni migratorie. La guerra, oggi, non si combatte più solo con i missili.
Ecco perché il ronzio di un drone in partenza da Sigonella, o il decollo notturno di un B-2 da Aviano, non sono solo dettagli tecnici. Sono simboli di un dilemma profondo: essere alleati o essere complici? Difendere l’ordine globale o subire scelte che mettono a rischio la sicurezza interna? La differenza è sottile, ma decisiva.

