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La Siria ha visto, negli ultimi giorni, la consegna da parte della Russia del sistema da difesa aerea S-300, come preannunciato da Mosca l’indomani dell’incidente che ha portato all’abbattimento dell’aero spia russo Ilyushin Il-20M

Dai video diffusi dai media russi possiamo stabilire, come già preannunciato, che il modello di S-300 è il PMU-2 Favorit, quindi il predecessore degli S-400 che pure sono schierati in Siria dalla Russia a difesa dei porti di Tartus e Jable, ma che con il loro ampio raggio d’azione sono in grado di fornire un ombrello difensivo a quasi tutto il territorio siriano e libanese comprendo anche una buona parte del Mediterraneo prospiciente la Siria: una vera e propria “bolla” di interdizione aerea.

Il ministro della Difesa Shoigu in una dichiarazione ha affermato che “in conformità con la decisione presidenziale abbiamo cominciato a intraprendere misure atte al rinforzo del sistema difensivo aereo siriano con lo scopo di assicurare una protezione migliore ai nostri soldati” aggiungendo che “abbiamo completato la consegna del sistema S-300. Comprende 49 parti di equipaggiamento inclusi radar, veicoli di controllo, e quattro lanciatori”.

Una batteria tipo di S-300 è composta da quattro a sei veicoli di lancio dotati ciascuno di quattro tubi (canister) con missili. Nel caso siriano la Russia fornirà, oltre ai quattro lanciatori, un totale di 144 missili per un costo complessivo di 900 milioni di dollari (il costo unitario di un lanciatore con veicoli di appoggio è stimato essere di 115 milioni di dollari mentre ciascun missile costa un milione).

La difesa siriana si stava già preparando a riceve gli S-300

Abbiamo avuto modo di accennare che la Siria aveva già intrapreso l’iter di addestramento del proprio personale con il nuovo sistema S-300PMU-2 nel 2013 quando per la prima volta Damasco stava per acquistarli da Mosca. 

Pertanto si ritiene che gli S-300 saranno integrati nel sistema difensivo siriano più velocemente rispetto a quanto preventivato, anche in considerazione del fatto che il personale russo già presente sul territorio sicuramente è già intervenuto in questo senso nei mesi passati oltre ad aver supervisionato l’attività siriana alle consolle radar sia per studiare i sistemi avversari sia per massimizzare le capacità del deteriorato sistema difensivo di Damasco.

 Per questo le parole del ministro Shoigu, che riferisce che il sistema sarà integrato nella difesa siriana a partire dal 20 ottobre prossimo, non sono solamente di propaganda. 

Sempre a detta di Mosca verranno forniti anche sistemi di identificazione friend or foe (amico o nemico) alla difesa siriana in modo da evitare ogni possibile confusione in caso di utilizzo dei missili come successo nel corso del recente attacco israeliano.

Gli S-300 saranno davvero efficaci?

La propaganda di Damasco vuole che gli S-300 siano lo strumento per eccellenza per mettere al riparo la Siria da ulteriori attacchi aerei israeliani o degli Alleati guidati dagli Stati Uniti.

In realtà, se guardiamo ai numeri, una singola batteria di S-300 con quattro lanciatori, benché abbia un tempo di reazione abbastanza rapido (5 minuti) e benché sia in grado di lanciare un missile ogni tre secondi, non è sufficiente a garantire una copertura che possa garantire un certo margine di sicurezza, anche al netto delle considerazioni, già enucleate in precedenza, sul fatto che Israele e gli Alleati già conoscano il sistema russo e siano ben addestrati a superarlo.

Per garantire un minimo di copertura efficace sarebbe necessario almeno un intero reggimento di S-300, composto da 12 lanciatori, ma in questo momento la Russia non intende andare oltre i quattro già consegnati.

Questo ovviamente per una mera considerazione politica volta a non esacerbare più di tanto gli animi di Tel Aviv e Washington, anche considerando, come abbiamo già avuto modo di dire, la consegna degli S-300 a Damasco rappresenta la massima delle minori risposte possibili per la natura stessa del sistema e, come dimostrato anche dai fatti recenti, dal numero dei lanciatori consegnati.

Gli S-300 cambieranno la tattica di Usa e Israele?

Un sistema moderno, ma non ultimo nato, come l’S-300 non è decisamente un regime changer negli equilibri dell’area medio orientale.

Tenendo presente tutte le considerazioni sin qui fatte risulta evidente che la Siria più che aumentare l’efficienza della sua difesa aerea – solo molto limitatamente implementata – ha visto migliorare le sue capacità di identificazione del nemico chiaramente per fornire garanzie al suo alleato che un incidente come quello dell’abbattimento dell’Il-20M non succeda più in futuro.

Dal lato americano – e israeliano – cambia veramente poco la strategia, e forse non la cambia affatto a ben vedere.

Nell’area sono stati sempre presenti asset di quinta generazione con caratteristiche stealth come gli F-22 Raptor, impiegati in operazioni di pattugliamento e copertura aerea sin dall’inizio dell’intervento americano contro l’Isis in Iraq e in Siria.

Da parte israeliana, gli F-35I Adir sono già stati usati in azione nel corso dei mesi passati sicuramente per fornire una sorta di Awacs avanzato agli altri velivoli attaccanti ma è lecito presumere che possano essere entrati in azione anche direttamente, sebbene Tel Aviv non abbia mai ammesso questa ultima possibilità.

L’unica possibile variazione in questo senso potrebbe essere quella, da parte israeliana, di eliminare dagli F-35 le lenti di moltiplicazione della Rcs (Radar Cross Section) che sono state viste sui velivoli impiegati nei cieli del Libano e di utilizzarli direttamente nelle operazioni di bombardamento che, in questo caso, prevederebbero primariamente l’eliminazione delle batteria di S-300 ma solo quando l’intelligence avrà confermato che non vi sarà più personale russo presente per evitare una ulteriore crisi – forse irreparabile – dei rapporti tra Mosca e Tel Aviv.

Da parte americana oltre al possibile ritorno degli F-22 in azione con munizionamento di caduta, si potrebbe assistere al dispiegamento degli F-35 già intervenuti recentemente in Afghanistan, ma restiamo nel campo delle speculazioni in questo caso. 

Il fattore che potrebbe confermare o meno quest’ultima ipotesi sarebbe il dislocamento delle unità navali anfibie dotate di gruppo di volo sui F-35B dei Marines nei mari vicini alla Siria (Mediterraneo e Rosso) anche se lo stesso posizionamento nel Golfo Persico (dove ora si trova la Uss Essex) non ne pregiudica il possibile utilizzo stante l’autonomia del velivolo che verrebbe sicuramente raddoppiata da operazioni di rifornimento in volo sui cieli dell’Iraq.