Questo articolo è reso liberamente disponibile ai lettori dall’ultimo numero di “InsideOsint”, la newsletter di InsideOver che al giornalismo tradizionale affianca la lente dell’open source intelligence. InsideOsint è pensata come uno strumento per convalidare, oltre ogni ragionevole dubbio, un’informazione o uno scenario.
La Striscia di Gaza è uno dei luoghi più pericolosi al mondo sia per la popolazione civile, sia per chi racconta quello che accade. Israele, fin dal 7 ottobre 2023, non ha mai permesso – solo un paio di eccezioni- a giornalisti internazionali di accedere alla Striscia di Gaza. Così, centinaia di giovani ragazzi e reporter palestinesi hanno raccontato in maniera indipendente il genocidio di Gaza, diventando loro stessi, con i loro profili social, il media dove raccontare.
Le forze di difesa israeliane (IDF) oggi rendono difficile raccontare in modo accurato gli eventi. Questo perchè Israele a Gaza uccide i giornalisti deliberatamente. Oggi sono oltre 210 i reporter uccisi dall’IDF. Quattro giornalisti sono stati uccisi solo questa settimana. Qui puoi leggere la nota del nostro editore sull’uccisione del giovane giornalista di Palestine Today Mohammad Mansour, bersagliato da un missile IDF.
Una delle più recenti valutazioni dei danni provvisori a cura della Banca Mondiale, Unione Europea e UN ha quantificato che almeno 300.000 case siano state danneggiate o distrutte in tutta Gaza.
In un contesto così drammatico, durante gli ultimi mesi l’uso dei droni ha offerto una soluzione più sicura (almeno all’inizio) e innovativa per documentare gli orrori del conflitto (lavoro prezioso anche per quantificare l’entità dei danni prodotti dalle decine di migliaia di tonnellate di bombe sganciate da Israele), suscitando un nuovo tipo di minaccia per i giornalisti stessi. Oggi 2 indagini indipendenti di Bellingcat e The Intercept mettono in luce il rischio che questi mezzi tecnologici rappresentano per i reporter di Gaza, che diventano bersagli delle forze israeliane.
Se riprendi Gaza con un drone, muori. L’Inchiesta di Bellingcat
Una delle inchieste più importanti sul giornalismo e sull’uso dei droni a Gaza è stata condotta dal collettivo investigativo Bellingcat, che ha utilizzato tecniche avanzate di open-source intelligence (OSINT) per tracciare le operazioni dei droni dei giornalisti. L’analisi delle immagini e dei video pubblicati online ha rivelato come le forze israeliane abbiano mirato deliberatamente ai droni impiegati dai giornalisti, trattandoli come strumenti di sorveglianza nemica. Non solo, dopo aver eliminato i droni da fotografia, hanno mirato anche a chi telecomandava il drone.
Come racconta Bellingcat: “Il 15 febbraio 2024, circa sei mesi dopo il conflitto, le Nazioni Unite hanno condiviso un breve video sui social media che mostra dozzine di edifici svuotati o parzialmente crollati situati nel campo profughi di Al-Shati di Gaza City. Le immagini condivise da UNRWA sono state filmate utilizzando un drone dal giornalista palestinese Abdallah Al-Hajj. Nove giorni dopo che sono stati pubblicati online, mentre stava tornando a girare nella stessa zona, è stato gravemente ferito in un attacco dell’esercito israeliano, perdendo entrambe le gambe”.
Ma c’è di più. Bellingcat è riuscita a confermare che, dopo aver colpito Al-Hajj, l’IDF ha anche distrutto la sua casa. Racconta Bellingcat: “Le immagini di SkySat di Planet Labs mostrano che la casa di Al-Hajj a sud di Gaza City nel quartiere di Zeitoun è stata distrutta. Era in piedi nelle immagini del 24 febbraio, ma il 28 febbraio le immagini mostravano che non c’era più”.
Quello di Al-Hajj non è un caso isolato, ma fa parte di un sistema che Israele utilizza per uccidere chiunque provi a sollevare gli occhi per mostrare la distruzione della striscia di Gaza. Infatti, un mese prima che Al-Hajj fosse gambizzato dall’IDF per aver usato il suo drone, nel campo profughi di Al-Shati, Mustapha Thuraya e il suo collega Hamza Al-Dahdouh sono stati uccisi in un attacco dell’IDF. Bersagliati mentre guidavano nel sud di Gaza, tornando da riprese per un reportage nel villaggio di Al-Nasr. Avevano appena raccontato per diversi media la distruzione di Gaza.
Dalle analisi di Bellingcat emerge che qualche giorno prima, un altro reporter di nome Thuraya è stato ucciso il 7 gennaio 2024 a nord-est di Rafah. Poche ore prima aveva catturato alcune immagini della distruzione di Gaza con il suo drone.

Bellingcat ha documentato numerosi casi in cui i droni venivano abbattuti da missili israeliani e subito dopo i giornalisti venivano individuati e attaccati. Le indagini hanno rivelato che le forze israeliane erano in grado di rilevare la posizione dei droni attraverso sofisticati sistemi di sorveglianza elettronica, che monitorano i segnali radio emessi dai dispositivi aerei fotografici tracciandone la posizione immediatamente.
Una delle implicazioni più inquietanti di questa pratica è che i giornalisti diventano, di fatto, obiettivi strategici. Anche se non sono coinvolti in azioni militari, il loro lavoro di documentazione delle atrocità è visto come una minaccia alla narrativa ufficiale del conflitto fornita dall’IDF.
L’Indagine di The Intercept: attacchi diretti ai drone journalist
Un’altra inchiesta sui rischi che corrono i giornalisti di Gaza durante il conflitto è quella condotta da The Intercept. L’indagine ha esaminato la crescente incidenza di attacchi diretti contro i giornalisti che usano droni da parte delle forze israeliane. Secondo i documenti rilasciati da fonti interne a Israele, e grazie a testimonianze dirette, The Intercept ha rivelato che almeno 12 giornalisti sono stati uccisi in attacchi mirati durante i 15 mesi di genocidio a Gaza. Molti di questi giornalisti stavano usando i droni per raccogliere informazioni e filmare in tempo reale gli sviluppi della guerra.
Questi giornalisti, pur lavorando in modo indipendente, sono stati considerati, secondo le fonti di The Intercept, “nemici” da parte delle forze israeliane.
L’idea che un giornalista possa essere un “nemico” non si limita solo all’uso di droni, ma si estende anche al fatto che documentare il conflitto può essere visto come un atto di ostilità. Nonostante la protezione legale che i giornalisti godono sotto le leggi internazionali, la realtà sul campo è ben diversa. I giornalisti non sono mai stati risparmiati dagli attacchi israeliani, e il bombardamento mirato di reporter ha un chiaro intento di sopprimere la libertà di stampa.
L’inchiesta ha anche evidenziato una crescente militarizzazione della guerra dell’informazione. Oltre ad abbattere i droni, le forze israeliane hanno preso di mira i giornalisti durante gli attacchi aerei, colpendo anche i veicoli dei reporter. Le prove suggeriscono che gli attacchi siano stati deliberati e mirati, con l’intenzione di ridurre al minimo la possibilità che le atrocità commesse dalle forze israeliane vengano documentate in modo imparziale.
L’utilizzo dei droni da parte dei giornalisti ha cambiato radicalmente la modalità di raccontare i conflitti. Oltre che diminuire il pericolo fisico di recarsi nelle zone più pericolose, grazie ai droni è possibile ottenere riprese dall’alto che possono aiutare i centri di analisi indipendendente a produrre evidenze di crimini di guerra in maniera chiara e inequivocabile.
Israele vuole controllare la narrazione sul genocidio di Gaza.
L’uso dei droni da parte dei giornalisti ha reso possibile una documentazione più precisa e ad ampio raggio. Attraverso immagini aeree, i reporter sono stati in grado di catturare la realtà del conflitto da angolazioni difficili da ottenere con altre tecnologie. Per le forze israeliane, questo tipo di documentazione è percepito come una minaccia al controllo della narrazione. Le indagini di Bellingcat mostrano che, anziché considerare i giornalisti come testimoni imparziali, le forze israeliane li hanno trattati come elementi di disturbo, bersagliandoli e uccidendoli.
Le rivelazioni delle indagini di Bellingcat e The Intercept mettono in evidenza un aspetto cruciale del conflitto a Gaza: la guerra non è solo combattuta sul campo di battaglia, ma anche sulla verità. Israele reprime e uccide per non mostrare al mondo le immagini di ciò che ha prodotto nella Striscia di Gaza.
I droni, che rappresentano una delle innovazioni più significative nel giornalismo di guerra, sono diventati obiettivi diretti di un’operazione di silenziamento.
Le atrocità documentate da questi droni sono una risorsa preziosa per l’informazione su larga scala e spratutto per le prove dei crimini di guerra. Documentare con fotografie aeree dall’alto l’abbattimento di un ospedale, come nel caso del Nasser Hospital o dell’ospedale turco-palestinese per le cure del cancro diventa una prova open source di crimini di guerra. Documentare l’annichilimento totale di oltre 300.000 abitazioni civili con fotografia aerea diventa una prova inconfutabile di genocidio. Ed è per questo che Israele teme i giornalisti con i droni e li uccide, sistematicamente.

