Nello Yemen si torna a sparare. Non che, ad onor del vero, la guerra nel Paese fosse sparita. Anzi, non solo negli ultimi 18 mesi almeno parte del territorio ha assistito a passaggi di mano tra una forza e l’altra, ma il caos generale in Medio Oriente ha ulteriormente trascinato lo Yemen nel vortice del conflitto. Del resto, la capitale Sana’a dal 2014 è in mano alle milizie sciite filo iraniane rispondenti al partito Ansarullah, meglio noto con il nome della sua famiglia fondatrice, gli Houthi. Questi ultimi hanno rappresentato lo spauracchio più importante per Israele, così come per molti Paesi della regione per via del loro potenziale controllo dello strategico Stretto di Bab El Mandeb. Da qui i raid e le operazioni militari mirate contro il gruppo.
Tuttavia, la guerra di recente è passata soprattutto dal cielo. Sul terreno, al contrario, soltanto adesso le linee del fronte sembrano ricominciare a muoversi. Nelle aree settentrionali, le forze governative stanno attuando operazioni su vasta scala proprio contro gli Houthi e hanno preso il controllo assieme ad alcuni alleati locali tribali di postazioni dei miliziani sciiti.Scontri sono in corso anche nelle strategiche province di Hodeidah e Taiz. Gli Houthi sembrano per adesso contrattaccare soltanto dal cielo, con il lancio di una serie di missili verso il Sud dell’Arabia Saudita. Verso il Paese cioè che più di tutti sostiene l’esercito yemenita.
La ricostituzione di un esercito yemenita
Le cronache delle ultime ore appaiono confuse, ma concordano su un punto: in diverse aree dello Yemen, le forze regolari sono impegnate in battaglie molto dure. E questa, di per sé, è già una notizia. Nel 2014, anno della più importante offensiva degli Houthi che ha portato i miliziani sciiti filo iraniani a Sana’a, l’esercito si è come liquefatto. A pesare è stato lo scarso equipaggiamento, ma anche la poca motivazione dei militari che pativano, al pari del resto della popolazione, situazioni economiche molto gravi. Inoltre, dentro le forze regolari si è assistito a una spaccatura piuttosto inattesa: l’ex presidente Saleh, detronizzato nel 2011 dopo oltre 30 anni di potere, ha appoggiato gli Houthi e ha messo a loro disposizione la Guardia Presidenziale. Ossia le forze d’élite dell’esercito, nonché quelle meglio equipaggiate e addestrate. Le forze armate yemenite a quel punto non sono più state in grado di riprendere il territorio andato in mano agli Houthi, questo nonostante l’intervento a loro favore della coalizione a guida saudita. Dal 2022 in poi inoltre, i governativi hanno iniziato a perdere terreno anche a Sud per via dell’avanzata dei locali gruppi separatisti appoggiati dagli Emirati Arabi Uniti.
Nello scorso mese di gennaio è arrivata però la svolta. I Saud hanno deciso di tornare a intervenire nello Yemen, questa volta non con i fallimentari raid andati avanti dal 2015 al 2023 ma con un supporto diretto all’esercito. I militari hanno così ripreso tutto il territorio caduto in mano ai separatisti del Sud e, in seguito, hanno iniziato i preparativi per attaccare gli Houthi. L’aiuto di Riad è stato fondamentale per rimettere in sesto un esercito oramai dato per inesistente fino a pochi mesi fa. Dal territorio saudita sono arrivati armi, attrezzature, soldi ma anche personale chiamato ad addestrare le forze locali. A questo, occorre aggiungere il peso delle alleanze tribali stipulate dai governativi. Nella società yemenita, le tribù hanno una funzione sociale e politica molto importante e il loro appoggio è vitale per chiunque voglia governare il Paese.
Il tutto per tutto degli Houthi
Occorre specificare che, nonostante i proclami e nonostante una propaganda del governo locale che sembra attribuire all’esercito avanzate già decisive, i guadagni territoriali delle forze regolari contro gli Houthi per il momento appaiono limitati. Il punto però è che l’esercito non prendeva l’iniziativa sul terreno da molti anni e i primi movimenti registrati potrebbero rappresentare, ad oggi, il preludio ad azioni militari ancora più vaste. Le province più coinvolte nei combattimenti sono quelle di Al Jawf, Taiz ed Hodeidah. Qui gli scontri sono molto duri, almeno 300 persone avrebbero perso la vita tra militari, miliziani e civili. Il bilancio potrebbe tuttavia essere ancora più pesante.
Dal canto loro, gli Houthi stanno provando la carta dell’attacco diretto al principale nemico. Ossia, nella fattispecie, l’Arabia Saudita. Nelle ultime ore, i combattenti sciiti hanno infatti lanciato diversi ordigni tra missili e droni contro le aree meridionali e di confine del territorio saudita. Riad ha parlato la presenza di 73 feriti a causa delle esplosioni, confermando così l’esistenza di danni materiali legati alla controffensiva Houthi. Adesso gli occhi sono puntati proprio lungo il confine tra Yemen ed Arabia Saudita: i miliziani sciiti infatti, per provare a fermare l’offensiva governativa, potrebbero provare il tutto per tutto. Tra le opzioni, potrebbe esserci la chiusura dello Stretto di Bab El Mandeb come forma di ritorsione verso i Saud e di pressione verso gli alleati di Riad. Circostanza che preoccupa e non poco e che potrebbe portare il conflitto ad avere una dimensione regionale.