A seguito del rinnovato fuoco incrociato Usa-Iran Teheran ha annunciato che Hormuz è nuovamente chiuso. D’altronde, non c’era bisogno di un tale annuncio, missili e droni parlano da soli: nessuna nave si azzarderebbe a sfidare la fortuna e le poche navi che vi provassero dovrebbero fare i conti con le compagnie di assicurazione, nessuna delle quali è disposta a coprire i rischi.
Siamo tornati al punto di partenza, più o meno, anche se i negoziati sottotraccia continuano. Così il media pakistano Dawn: “Sabato, delegazioni statunitensi e iraniane si trovavano in Oman per colloqui ‘tecnici’, proprio mentre il presidente Donald Trump continuava a pubblicare sui social media messaggi sconclusionati e minacciosi”. Colloqui tecnici, ma non per questo necessariamente di basso profilo: sabato a Muscat era sbarcato anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi...
Resta che sembra davvero arduo sciogliere il nodo Hormuz, con l’America che continua a pretendere che la via d’acqua sia libera da ogni vincolo e l’Iran che ne rivendica la gestione sotto forma di tassa sui servizi, pretesa che l’aggressione israelo-statunitense ha legittimato.
Uno scontro che vede in Israele il terzo incomodo che scalpita perché l’attuale scontro a bassa intensità si evolva in una guerra alzo zero, che le parti in conflitto per ora escludono. Su tale divergenza scrive Yaniv Kubovich su Haaretz: “Sia nell’ambiente militare israeliano che in quello della difesa in generale, si presume che le tensioni relativamente basse tra Washington e Teheran persisteranno per qualche tempo, perché nessuna delle due parti vuole tornare a una guerra su vasta scala”.
“Secondo una fonte della difesa, entrambe le parti preferiscono invece ‘gestire il conflitto’ attraverso incidenti sporadici che a volte portano a diversi giorni di scontri limitati, senza però degenerare in un conflitto ad alta intensità”.
Una divergenza, quella tra Israele e Stati Uniti, che si è registrata fin dall’inizio dell’aggressione all’Iran quando, ai primi bombardamenti e agli assassini delle più alte autorità iraniane, avrebbe dovuto seguire, come annota the7eye.org, “un’invasione di terra, sotto la copertura aerea israeliana e americana, da parte di forze curde iraniane e irachene armate, addestrate ed equipaggiate da consiglieri militari israeliani e americani”.
Trump sposò il piano, affermando pubblicamente di essere “completamente a favore” e contattando telefonicamente i capi delle milizie. Ma poco dopo ci ripensò, affermando, anche stavolta pubblicamente: “Non voglio che i curdi vadano in Iran. Sono disposti ad andarci, ma ho detto loro che non voglio… La guerra è già abbastanza complicata”.
Possibile che sia stato convinto da qualche membro dell’amministrazione meno guerrafondaio di altri, come ad esempio Vance, il quale ha affermato che il conflitto con l’Iran non sarebbe stato una nuova guerra infinita, sviluppo assicurato dal coinvolgimento dei curdi.
Sollecitazioni alle quali si sono sommate le pressioni della Turchia perché i curdi non fossero coinvolti, come rivelato di recente da Middle east eye, presumibilmente perché Erdogan temeva la gestione di Israele della guerra e delle milizie curde perché avrebbe poi potute usarle contro il suo Paese.
Resta che il voltafaccia del presidente ha fatto fallire la pianificazione israeliana che, a stare alla ricostruzione di the7eye.org, era stata appoggiata in toto dalla Cia, il cui direttore John Ratcliffe, va ricordato, è legato a doppio filo con la lobby ebraica americana pro-Israele.
Al di là del pregresso, resta il nodo Hormuz. A stare alle rivelazioni di al Mayadeen, nella sua visita omanita ad Araghchi sarebbe stato esposto un piano per gestire lo Stretto al modo di quelli di Malacca e Singapore, nei quali vigono accordi volontari volti a fornire “servizi di supporto alla navigazione”. Un’idea esposta pubblicamente dal delegato dell’Oman, Khamis bin Mohammed al Shamakhi, al Consiglio dell’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) riunitosi di recente a Londra.
Al di là delle prospettive future, ma in vista di queste, appare più che interessante che il New York Times sia tornato nuovamente sull’operazione israeliana per fare di Mahmud Ahmadinejad il nuovo leader iraniano, da intronizzare all’esito del (fallito) regime-change.
Scelta invero sorprendente per quanti non sono avvezzi alla spregiudicatezza israeliana e alle tortuosità del Medio oriente, in quanto l’ex presidente è stato il più crudele leader che l’Iran islamico abbia avuto, per di più aveva sfidato la fatwa dell’ayatollah Khamenei che vietava l’atomica avviando un programma per costruirla, minacciava ogni piè sospinto di distruggere Israele e negava l’Olocausto… Tant’è.
Nella nuova ricostruzione il Nyt dettaglia i vari incontri clandestini tra Ahmadinejad e l’intelligence israeliana, tra cui il capo del Mossad David Barnea, ma in realtà poco aggiunge a quanto rivelato in precedenza se non un dettaglio sul prelevamento dell’ex presidente durante il conflitto.
Se in precedenza il giornale della grande Mela aveva scritto che Israele aveva attaccato l’edificio nel quale questi era ristretto perché sospettato di tradimento e che egli rimase ferito, stavolta l’attacco sarebbe stato rivolto contro la stessa scorta di Ahmadinejad, omettendo il ferimento e aggiungendo che, nella confusione, fu prelevato da una Peugeot guidata da agenti israeliani e portato in un luogo sicuro. Ma poi Ahmadinejad si sarebbe “disilluso” e avrebbe abbandonato il piano.
Al di là dei dettagli, resta la domanda del perché il Nyt insista sul tema. Due gli scopi apparenti: anzitutto mettere in imbarazzo Israele rivelandone l’ulteriore patto col diavolo nel tentativo di attutirne le pressioni su Washington.
In secondo luogo, per dare alla fazione moderata iraniana carte da giocare contro l’ala più intransigente, che con Ahmadinejad aveva legami, nel tentativo di mitigarne le pressioni per una guerra aperta (di fatto, una convergenza oggettiva, al di là delle motivazioni, con le pulsioni di Tel Aviv).