Dopo la sconfitta dello Stato islamico e dei ribelli islamisti, la prossima partita cruciale nel futuro della Siria riguarderà il destino dei curdi siriani. Nei giorni scorsi, infatti, le Forze democratiche siriane (Sdf) – la coalizione composta in buona parte da miliziani curdi col sostegno della coalizione internazionale a guida Usa – sono riuscite a prendere il controllo della metà della città di Raqqa, roccaforte di Daesh, nel nord del Paese. Successivamente, secondo un’indiscrezione riportata dall’agenzia di stampa turca ‘Anadolù, il capo della sicurezza siriana, Ali Mamlouk, avrebbe “incontrato responsabili del partito dell’Unione democratica curda nella città di al-Qamishli”, nel nordest della Siria, allo scopo di proporgli “l’autogoverno nel nord del Paese in cambio del ritiro dalle aree a maggioranza araba”.
Secondo le fonti citate dall’agenzia di stampa, i curdi avrebbero per il momento rifiutato l’offerta di Damasco, chiedendo altresì “una regione federale garantita dalla costituzione”. I negoziati tra il governo di Bashar al-Assad e il partito dell’Unione democratica, a cui fanno capo le Unità di protezione del popolo (Ypg), la principale milizia delle Forze democratiche della Siria (Fds), “non hanno portato ad alcun risultato e le parti hanno deciso di riunirsi di nuovo in seguito”. Nelle scorse settimane Damasco aveva ufficialmente aperto ai curdi. Walid Mohi Edine al-Mouallem, Ministro siriano degli Affari esteri, aveva dichiarato in un’intervista a Russia Today che Damasco era disponibile a concedere “una certa autonomia, all’interno dei confini della Repubblica Araba Siriana, in merito alla questione curda”.
Negoziati in stallo tra curdi e Damasco
Sempre secondo quanto riportato dalle fonti dell’agenzia di stampa turca, nel frattempo, “i miliziani del partito dell’Unione democratica hanno intrapreso lo scavo di trincee e la creazione di muri di terra nelle aree che li separano dalle forze del governo”. Qualora l’indiscrezione si rivelasse corretta, tale azione significherebbe un atto ostile nei confronti del governo centrale che non intende rinunciare all’integrità territoriale dello stato siriano. Concetto ribadito anche nei confronti della recente “liberazione” di Raqqa: il portavoce del Ministro degli esteri siriano afferma, in una nota ufficiale riportata dall’agenzia di stampa Sana, che “la Siria ritiene le affermazioni degli Stati Uniti e della sua cosiddetta alleanza sulla liberazione della città di Raqqa da Daesh bugie che mirano a deviare l’opinione pubblica internazionale dai crimini commessi da questa alleanza nella provincia di Raqqa”.
Secondo il portavoce, infatti, “oltre il 90% della città di Raqqa è stata rasa a suolo dal bombardamento deliberato e barbaro della città, che ha portato alla distruzione di tutti i servizi e delle infrastrutture costringendo decine di migliaia di abitanti a lasciare il città”. La Siria, prosegue il portavoce del Ministro degli esteri, ritiene che Raqqa sia tuttora una “città occupata e che essa possa essere considerata libera solo quando l’esercito arabo siriano vi entrerà”.
Il progetto dei curdi siriani, tra ambizione e pragmatismo
Da est a ovest, il Rojava si estende dal confine iracheno, dove passa il fiume Tigri, fino all’alto corso dell’Eufrate a sud di Ğarāblus, cittadina controllata da miliziani arabi siriani filoturchi. Come sottolineano Andrea Glioti e Lorenzo Trombetta su Limes, “il progetto curdo-siriano si presenta come un modello alternativo a quello del Kurdistan iracheno, in virtù dell’ideologia libertaria che anima parte delle neonate istituzioni”. Un progetto espansionistico, su cui, osservano, “avrà sicuramente un peso la volontà degli Stati Uniti, che per assicurarsi un’influenza nell’area di Dayr al-Zawr stanno puntando anche su una coalizione di ribelli arabi stazionati più a sud, nella bādiya (steppa) orientale al confine con la Giordania e con parte dell’Iraq. ”.
Dal canto loro, i curdi siriani sanno perfettamente che la creazione di un proprio Stato indipendente è tecnicamente e politicamente impossibile. Le loro città e città sono disperse, separate da terra e fiume, e nessuna di queste ha una popolazione curda al 100% (da rilevare, infatti, la presenza di numerose minoranze cristiane e arabe, spesso “cacciate” dai loro villaggi per mano degli stessi curdi). Sebbene i rapporti tra i curdi e il governo centrale di Damasco non siano sempre stati idilliaci, scendere a patti sarà pressoché necessario. Il futuro dipenderà soprattutto dalle strategie delle grandi potenze in campo: Russia, Iran (e Turchia) da una parte e Stati Uniti dall’altra.
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