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Per dimensioni è più piccolo della Lombardia, in quanto a popolazione ha meno abitanti di Milano e i suoi cittadini hanno un pil pro capite di quasi 2.000 dollari all’anno. Il Gibuti ha tutti gli ingredienti per essere un anonimo Stato africano, eppure, in quest’area di 23mila chilometri quadrati, si è concentrato un nuovo scontro tra Cina e Stati Uniti. Sia Pechino che Washingon sono presenti nel territorio gibutiano con una base militare permanente a testa anche se, nel caso del Dragone, si tratta dell’unico stabilimento bellico situato oltre la Muraglia. La base navale cinese dista circa 30 chilometri dal Camp Lemonnier americano e, come sappiamo, è difficile andare d’accordo con i vicini, a maggior ragione se le parti stanno portando avanti una guerra commerciale a tutto campo.

L’accusa di Washington a Pechino

Nei giorni scorsi l’esercito americano presente in Gibuti, che conta più o meno 3.200 effettivi, ha accusato la Cina di aver effettuato azioni irresponsabili. A denunciare il fatto è stato un alto ufficiale dell’intelligence statunitense, il contrammiraglio Heidi Berg, secondo il quale i cinesi avrebbero interferito con le operazioni di Camp Lemonnier. Pechino, nella ricostruzione offerta da Berg, avrebbe cercato di limitare lo spazio aereo internazionale, impedendo ai velivoli, compresi quelli americani, di sorvolare la base militare cinese, con laser puntati negli occhi dei piloti e droni schierati pronti a intervenire. L’ammiraglio ha poi aggiunto che il personale cinese avrebbe tentato di accedere a Camp Lemonnier con un’attività di intrusione.

Tensione alle stelle

Non è il primo bisticcio diplomatico in Gibuti avvenuto tra Stati Uniti e Cina. Già un anno fa gli americani si sono lamentati per un incidente capitato a due aviatori statunitensi e causato – secondo la Casa Bianca – da laser cinesi; il Dragone, d’altro canto, ha più volte accusato i vicini di praticare spionaggio. Le due basi sono molto ravvicinate ed è altissimo il rischio che una delle parti interferisca, volutamente o meno, con le operazioni dell’altra. Dal momento che Washington e Pechino sono impegnate in un braccio di ferro all’ultimo sangue, può bastare anche la minima scintilla per provocare uno scontro a fuoco in Gibuti che potrebbe poi avere ripercussioni nel resto del mondo.

L’importanza del Gibuti

Tornando al Gibuti, per la sua posizione strategica questo Stato è fondamentale sia per penetrare in Africa, sia, soprattutto, per controllare l’accesso al Canale di Suez, ovvero la via commerciale che porta le navi cariche di merci provenienti dall’Oceano Indiano direttamente in Europa. Pechino considera il Gibuti un hub cruciale anche per quanto concerne l’influenza economica e commerciale della Cina in Africa. Qui il Dragone ha infatti investito una marea di yuan per costruire strade, ferrovie e porti: infrastrutture che contribuiscono a rafforzare il predominio del gigante asiatico nel Continente Nero. La Cina ha poi messo le mani sulle più importanti miniere della regione, ricche di terre rare e minerali; gli Stati Uniti, capendo l’importanza di avere un certo peso specifico in Africa, hanno recentemente aumentato gli investimenti in loco. Ma per adesso il gap fra Washington e Pechino rimane sbilanciato in favore del primo.

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