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Una società cinese di proprietà statale, la Cetc (China Electronics Technology Group Corporation), ha mostrato, in un video, il primo test coronato da successo del lancio di uno “sciame” di piccoli droni da attacco. A svilupparlo è stata una divisione di Cetc denominata Electronic Science Research Institute che afferma che il test è il primo in assoluto per la Cina utilizzante dei piccoli droni programmati per muoversi come una sciame, o “colonia di api”.

Il test è stato effettuato a settembre, ma il video, ed i dettagli sono stati rilasciati dall’Istituto di Scienza e Tecnologia cinese solo in questi giorni, per l’esattezza il 13 ottobre. Sappiamo così che i piccoli droni (o Uav – Unmanned Air Vehicle) sono stati lanciati da un veicolo basato sul Dongfeng Menshi, copia evoluta di una versione costruita su licenza dell’Hummer H1 statunitense. Gli Uav, che sono in totale 48, vengono “sparati” con aria compressa, quindi aprono le ali e volano nell’area bersaglio con un’elica spinta da motore elettrico. I droni sono del tipo “kamikaze” e trasportano testate ad alto esplosivo, potenzialmente in grado di distruggere carri armati e altri veicoli corazzati.

Il video è abbastanza impressionante. Si può notare come, dopo il lancio, i droni, che sembrano della lunghezza di poco più di un metro, si dispongano in formazione e “sciamino” autonomamente, facendo quindi intendere la presenza di un grado piuttosto elevato di intelligenza artificiale.

Intelligenza che, però, come vediamo sempre nelle riprese, è del tipo human-in-the-loop in quanto un operatore, dallo schermo di quella che sembra essere una consolle portatile touch screen, seleziona il bersaglio che verrà colpito dal piccolo Uav, e quindi, verosimilmente, anche dal resto dello sciame, a seconda della necessità. Il controllo finale pertanto sembra essere sempre affidato all’uomo, ma nonostante questo abbiamo davanti quello che è un enorme balzo avanti tecnologico degli armamenti.

Questa tecnologia non è affatto nuova, e non rappresenta un primato cinese: il 25 ottobre del 2016 sul poligono Usa di China Lake (California), tre F/A-18D del Vx-30, lo stormo della U.S. Navy deputato ai test e valutazioni di nuovi armamenti, hanno rilasciato da dei pod subalari 103 “microdroni” del tipo Perdex che hanno effettuato una missione di ricognizione comportandosi in modo autonomo come uno sciame di insetti.

Si tratta però di un passo avanti di tutto rispetto per Pechino, che ora, anche da questo punto di vista, sta colmando il divario che la separa dagli Stati Uniti.

Il segreto del nuovo sistema cinese risiede probabilmente, come riporta Forbes, in un chip speciale, una “unità di elaborazione multifunzione per la swarm intelligence”, l’intelligenza di sciame, che la Cetc aveva annunciato lo scorso ottobre, come riportava Xinhua. Secondo quanto affermato in quella occasione, il microprocessore include un sistema completo di controllo del volo, di pianificazione della missione, un sistema intelligente di processo decisionale e di networking tra i droni, nonché la capacità di riconoscere obiettivi e altri oggetti. Un tale chip consente di produrre un gran numero di droni a basso costo, poiché è proprio la parte elettronica che tende ad incidere sui costi finali.

I test di volo effettuati e visibili nel breve filmato hanno dimostrato la capacità degli Uav di dispiegarsi rapidamente, nonché di poter venire lanciati in modo intensivo e da velivoli in volo stazionario (è stato usato anche un elicottero) o in movimento, di riuscire a mantenere con precisione il volo in formazione, di poterla cambiare, di essere in grado di effettuare ricognizioni e soprattutto di attaccare il bersaglio con precisione.

Rispetto agli Uav ad ala rotante o multirotore, quelli ad ala fissa hanno il vantaggio di poter sviluppare velocità alte per lunghi tempi di volo. Tuttavia, la difficoltà tecnica di questo tipo di droni con capacità “sciame” è molto superiore a quella degli omologhi ad ala rotante: sviluppare la possibilità di volare e muoversi come uno sciame è più difficile per un drone ad ala fissa in quanto ha meno capacità di effettuare le microcorrezioni di volo che invece un drone ad ala rotante può fare.

La difesa da questo tipo di minaccia non è affatto semplice. I sistemi difensivi attualmente in dotazione alle forze armate, che forniscono un ombrello difensivo antiaereo fisso o mobile contro velivoli di dimensioni medie o grandi, risultano poco efficaci se non del tutto inutilizzabili contro questa tipologia di velivoli. Nonostante esistano dei dispositivi portatili, tipo manpads, come il bazooka SkyWall 100, che spara una rete per catturare fisicamente il drone, è impensabile che si possa distribuirne a decine, o centinaia, ai soldati dislocati sul perimetro di un aeroporto o di una base sempre pronti ad entrare in azione in caso di attacco.

Diverso è il fronte dei sistemi di difesa elettronici o a energia diretta. Esistono strumenti in grado di disturbare i sistemi di guida di un drone, come ad esempio quello satellitare, o di surriscaldarne i componenti sino a provocarne il malfunzionamento con laser o fasci di microonde: in quest’ultima categoria rientrano dispositivi come il Blade (Ballistic Low Altitude Drone Engagement) ed il Thor dell’Usaf, che sarebbe in grado di colpire sciami di droni, ma sono ancora in fase di sviluppo.

Del tutto matura, invece, è proprio la capacità di contrasto nel campo Em: ad esempio il segnale Gps (o Glonass) può essere disturbato, con particolari apparecchiature, facendogli fornire false informazioni oppure costringerlo a spegnersi: questi due metodi si chiamano in gergo spoofing e jamming.

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