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Mentre l’Unione Europea si muove verso un potenziamento frettoloso e isterico della propria capacità militare con il programma ReArm EU, crescono i dubbi sulla sua reale efficacia e sul suo impatto politico. La confusione interna al Partito Democratico italiano, che all’Europarlamento si è spaccato tra astenuti e favorevoli, potrebbe in realtà essere più in sintonia con il sentimento diffuso nel Paese rispetto a quanto si pensi.

E se è vero che un eurogruppo socialdemocratico moribondo, in crisi perenne, ha detto sì al riarmo di Ursula Von der Leyen, mettendo in difficoltà la segreteria di Elly Schlein, in Italia e non solo una retorica anti-sinistra sta rischiando di ridurre il dibattito a una semplice imposizione dogmatica, ci sono diversi fattori che sollevano interrogativi sulla validità del progetto.

Narrazioni contraddittorie

Uno degli argomenti a favore del ReArm EU è la necessità di un’autonomia strategica europea rispetto agli Stati Uniti. Tuttavia, la presunta “rottura” tra Washington e Bruxelles sembra essere largamente esagerata. È vero che gli Stati Uniti vogliono che l’Ue contribuisca maggiormente alle spese per la sicurezza, soprattutto per concentrarsi sulla Cina, ma uno “sganciamento” completo, o addirittura la dismissione della Nato, rimane improbabile. In cosa si vuole far consistere veramente l’autonomia? A molti osservatori non sarà chiaro.

La Russia di Schrödinger. Da un la Russia è descritta come una tigre di carta, ridotta a combattere con le “pale” e senza risorse adeguate; dall’altro, ci viene detto che se la spesa per la difesa non aumenta in tempi rapidissimi, gli europei dovranno tirar fuori i loro corsi di lingua russa, ossia che il continente rischia di cadere sotto il controllo del Cremlino. Questa doppia narrazione inizia a perdere efficacia.

Un altro elemento di frizione riguarda l’atteggiamento delle diverse aree d’Europa nei confronti della guerra. La posizione dei Paesi baltici, fortemente ostili alla Russia e favorevoli a un riarmo massiccio, non è condivisa in egual misura dall’Europa mediterranea. Paesi come l’Italia e la Spagna osservano con preoccupazione non solo la guerra in Ucraina, ma anche l’escalation in Medio Oriente, dove l’alleato israeliano sta aggravando la tensione regionale. Anche i socialisti spagnoli, pur avendo votato a favore del ReArm EU, sono in realtà in una posizione di debolezza e contribuiscono in misura minima alla resistenza ucraina.

Una cura peggiore del male

Molti europei vedono l’Unione Europea come una realtà necessaria, ma percepiscono la sua strategia in Ucraina come passiva e miope. L’Ue ha subito un contraccolpo economico pesante, con una parziale de-industrializzazione e una crescente dipendenza dagli Stati Uniti, mentre è stata esclusa dai negoziati strategici. Ora, le stesse istituzioni comunitarie che hanno mostrato queste debolezze tentano di imporre il ReArm EU con una retorica che appare arrogante e autoritaria.

Contrariamente a quanto suggerito da alcuni opinionisti, la maggior parte dei critici del ReArm all’interno del Partito Democratico non sono né “antieuropeisti” né “sovranisti”. Anzi, si tratta spesso di esponenti sinceramente preoccupati per la posizione dell’Europa sulla scena internazionale, che chiedono un’analisi onesta degli errori commessi finora. Liquidare come connivenza con Putin questi dubbi rischia, anzi, di alimentare un malessere diffuso e di spingere ulteriori consensi verso le forze populiste.

Un altro punto critico riguarda il fatto che possibilità produttive dell’Ue, come ricorda anche Mario Draghi, non lasciano immaginare uno sganciamento a breve termine dall’import statunitense, né un reale effetto positivo sulle sorti dell’Ucraina.

Quali prospettive per la pace?

Al di là delle divisioni del PD, il ReArm EU solleva questioni cruciali che non possono essere liquidate con etichette semplicistiche. Se l’UE vuole davvero rafforzarsi, deve prima chiarire quale sia il suo obiettivo strategico e come intenda raggiungerlo senza cadere in contraddizioni e divisioni interne. Al momento, non sembra esistere un vero e proprio “piano di pace” statunitense per abbandonare Ucraina ed Europa alla mercé della Russia. Il ReArm EU appare dunque a molti come una scelta che allontana qualsiasi prospettiva diplomatica per una nuova convivenza in Europa.

Sul quotidiano Domani, il politologo Piero Ignazi ha espresso un giudizio netto sulle scelte della Commissione Europea:

“Il ReArm è un improvviso risveglio. Come sempre, affrettato e controproducente. Quanto proposto dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, manifestamente inadeguata al ruolo in una circostanza così eccezionale, riflette una impressionante pochezza intellettuale e politica. Ciò che è stato approvato su sua proposta è un semplice via libera agli acquisti indiscriminati di armi, senza una vera strategia.”

Ignazi sottolinea anche come la confusione mediatica generata in Italia serva solo a delegittimare le posizioni della sinistra, oscurando il fatto che storicamente i federalisti europei hanno sempre promosso un esercito comune strutturato, e non una moltiplicazione di eserciti nazionali scoordinati.”Sono stati ignorati centinaia di studi sul problema dell’esercito europeo”, scrive. Concludendo amaramente: “Come è possibile che il partito italiano più europeista si sia diviso sulla decisione tra una difesa comune e una corsa individuale, di ciascun stato, ai propri armamenti?”

Il Pd si ritrova spaccato tra un blocco atlantista rigido, centrista e pro-business, e una segretaria debole che fatica a imporre una linea chiara di confronto con gli errori europei. L’oggettiva confusione in cui andato il Pd potrebbe scontentare i 40, 50 opinionisti che si conoscono tutti tra loro ma essere più in sintonia con il Paese reale di quanto si pensi.

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