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In Medio Oriente, ed in particolare nell’area del Golfo Persico, non esiste solo l’Iran ad avere un programma nucleare attivo. Da qualche anno altri due Stati si sono attivati per dotarsi di centrali nucleari: gli Emirati Arabi Uniti sono diventati la prima nazione araba ad aver attivato una centrale di questo tipo, e l’Arabia Saudita sta spingendo sull’acceleratore per colmare il divario che la separa dall’accendere il suo primo fuoco atomico.

Così, insieme ad Israele, saranno presto quattro le nazioni nell’area che potranno beneficiare dell’energia prodotta dall’atomo di uranio e soprattutto da un suo sottoprodotto molto particolare, il plutonio, che può essere utilizzato, dopo alcuni processi di lavorazione, come esplosivo nelle bombe nucleari.

Prima di concentrarci sul programma nucleare saudita e sui suoi stretti legami con la Cina, può risultare interessante dare un breve sguardo a quanto hanno fatto negli Eau. Il programma atomico emiratino è stato voluto fortemente per sganciarsi dalla dipendenza dal petrolio ed è stato messo a punto dalla Corea del Sud, che ha costruito i quattro reattori che forniranno un quarto del fabbisogno elettrico del Paese.

La costruzione della centrale, sebbene Abu Dhabi ne abbia assicurato le finalità civili, genera più di un mal di testa tra gli analisti e le diplomazie internazionali: con un Golfo Persico che ribolle anche grazie alla questione yemenita, un’installazione atomica rappresenta una minaccia per la sicurezza e per l’ambiente. Gli Eau, infatti, sono schierati al fianco dell’Arabia Saudita nel fronteggiare l’Iran ed il suo unico alleato regionale, il Qatar, e una centrale nucleare rappresenterebbe un bersaglio appetibile per un attacco come quello effettuato contro le raffinerie saudite di quasi un anno fa.

La stessa garanzia per un uso esclusivamente pacifico è alquanto aleatoria, e potrebbe non convincere Teheran che spingerebbe l’attività di ricerca per costruire la sua prima testata nucleare, generando così un circolo vizioso che includerebbe anche Israele, unica potenza atomica accertata nella regione, che non avrebbe altra scelta se non quella di eliminare fisicamente il pericolo che rappresenta un Iran dotato di ordigni nucleari.

Dimostrando che le sue intenzioni sono pacifiche, Abu Dhabi ricorda che il programma nasce in accordo con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea) e con gli Stati Uniti, coi quali ha firmato un accordo di cooperazione sull’energia nucleare nel 2009 che le consente di ricevere materiale fissile e assistenza tecnica, escludendola dall’arricchimento dell’uranio e da altre possibili attività di sviluppo di bombe. Una rassicurazione per nulla sincera per gli Ayatollah.

Se da un lato Washington ha appoggiato gli Emirati Arabi per il loro programma nucleare, dall’altro è preoccupata per quello saudita, praticamente ancora in fasce, in quanto è strettamente legato alla Cina.

Come riporta il New York Times, i servizi di intelligence americani nelle ultime settimane hanno diffuso un’analisi sugli sforzi profusi da Riad, in collaborazione Pechino, per dotarsi della capacità industriale di produrre combustibile nucleare. L’analisi ha sollevato il pericolo che potrebbe esserci la possibilità che questa collaborazione sia volta a trasformare l’uranio grezzo in una forma che potrebbe essere successivamente arricchita da utilizzare per scopi militari, ovvero esplosivo atomico. L’uranio utilizzato in una centrale nucleare, infatti, non è adatto per ottenere una detonazione nucleare ma deve essere arricchito tramite particolari strumenti: le cosiddette centrifughe.

Nello stesso rapporto si legge che gli analisti hanno anche identificato una struttura appena completata vicino a un’area di produzione di pannelli solari vicino alla capitale saudita, che si sospetta possa essere uno dei numerosi siti nucleari non dichiarati. Funzionari americani hanno affermato che gli sforzi sauditi sono ancora in una fase iniziale e pertanto anche se Riad avesse deciso di perseguire un programma nucleare militare ci vorrebbero anni prima che possa avere la capacità di produrre una singola testata nucleare.

L’Arabia Saudita non ha mai nascosto di volere un proprio programma atomico per fare da contraltare a quello iraniano e la spinta finale verso questa decisione è avvenuta proprio in occasione della firma del Jcpoa, l’accordo che fissava i limiti del programma nucleare di Teheran, del 2015. Il principe ereditario Mohammed bin Salman aveva assicurato, nel 2018, che l’Arabia Saudita avrebbe cercato di sviluppare o acquisire armi nucleari se l’Iran avesse continuato il suo programma atomico.

La stessa firma del Jcpoa, fortemente voluta dall’Europa e dall’amministrazione Obama, ha spinto Riad verso Pechino: gli emiri si sono sentiti in un certo qual modo traditi da Washington e pertanto hanno spalancato le porte ai cinesi, che hanno fornito la tecnologia per raffinare il minerale grezzo di uranio e trasformarlo nella cosiddetta yellowcake, un concentrato che poi viene gasificato sotto forma di esafluoruro di uranio (UF6) che sarà poi a sua volta utilizzato nelle centrifughe per l’arricchimento. Il primo passo per l’utilizzo del minerale per scopi civili o militari.

L’Arabia Saudita e la Cina hanno annunciato pubblicamente una serie di progetti congiunti in campo nucleare – incluso uno per estrarre l’uranio dall’acqua di mare – con l’obiettivo dichiarato di aiutare il più grande produttore mondiale di petrolio a sviluppare un programma di energia nucleare o diventare un esportatore di uranio. Riad, infatti, rappresenta un potenziale produttore di uranio da risorse non convenzionali: secondo l’Aiea ci sarebbero infatti circa 283400 tonnellate di minerali contenenti uranio nei depositi di al-Jalamid, al-Khabra, Ghurayyah, Jabal Sayd e Umm Wu’al che attendono di essere sfruttate.

Washington si è venuta così a trovare in forte imbarazzo: da un lato condanna fermamente il programma atomico iraniano, tanto da aver stracciato unilateralmente il Jcpoa, ed è possibile che questa decisione sia stata presa proprio per cercare allontanare Riad da Pechino e recuperare consenso, dall’altro si è dimostrata molto riluttante ad assumere la stessa dura posizione verso l’Arabia Saudita.

Sempre il quotidiano newyorchese ci riporta le dichiarazioni del Dipartimento di Stato sulla vicenda, che sono utili a capire qual è la posizione della diplomazia americana. Washington in una nota avverte “sistematicamente tutti i nostri partner dei pericoli legati all’impegno con le attività nucleari civili della Repubblica Popolare Cinese compreso il rischio di manipolazione strategica e coercizione, nonché il furto di tecnologia. Incoraggiamo fortemente tutti i partner a lavorare solo con fornitori di fiducia che hanno forti standard di non proliferazione”.

La dichiarazione prosegue affermando che “siamo contrari alla diffusione delle tecniche di arricchimento e del ritrattamento (di uranio n.d.r.)” e che gli Stati Uniti “attribuiranno grande importanza” alla continua osservanza da parte dei sauditi del trattato di non proliferazione nucleare. Si esorta quindi l’Arabia Saudita a concludere un accordo con gli Stati Uniti “con forti assicurazioni contro la proliferazione che consentiranno alle industrie nucleari saudite e statunitensi di cooperare”.

Sembra quindi che la Casa Bianca stia cercando un approccio morbido per frenare il soft power cinese in Arabia Saudita, che però ha dimostrato, nella sua storia recente, di voler guardare anche verso quelle nazioni che sono avversarie dirette degli Stati Uniti, come la Russia, proprio per cercare di ottenere quella capacità di deterrenza verso il suo acerrimo nemico, rappresentato dall’Iran, acquisendo armi. Non sarà quindi un lavoro facile per il Dipartimento di Stato, nonostante il riavvicinamento di Trump verso posizioni filosaudite (si ricorda la nascita del Global Center for Combating Extremist Ideology), in quanto molto difficilmente Riad abbandonerà la strada intrapresa con Pechino, proprio alla luce di quanto sta facendo in altri settori.