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Nel mondo dello spionaggio, la Guerra Fredda sembra non essere mai terminata. Così, nel  2019, Kaliningrad è diventata il rendez-vous per uno scambio di spie tra Russia, Lituania e Norvegia. Proprio come avvenne sul ponte di Glienicke ai tempi di Rudolf Abel e Francis Gary Powers: quando c’era ancora l’Unione sovietica, e ovunque nell’Europa divisa dalla Cortina di Ferro, si combatteva una guerra silenziosa, fatta di informazioni classificate, agenti doppiogiochisti, e la continua e reciproca ricerca da parte dell’Alleanza atlantica e del blocco sovietico, di scoprire i segreti militari dell’avversario.

Così alle 12:00 in punto del sabato appena trascorso, in un posto di frontiera nel bel mezzo della foresta che divide exclave russa di Kaliningrad dalla Lituania, due gruppi d’individui, alcuni vesti in abiti civili, altri con il passamontagna nero al volto – senza dubbio funzionari dell’Fsb, il servizio segreto russo – si sono incontrati sotto l’occhio vigile dei militari che presidiano la frontiera per scambiare la vita di due cittadini lituani Yevgeny Mataitis e Aristidas Tamosaitis, con quella di due cittadini russi, Nikolai Filipchenko e Sergei Moisejenko – che però la Lituania aveva rispedito a casa già la scorsa settimana. Come segno di fiducia e benevolenza. Presente allo scambio, era anche un norvegese, la “spia” più nota e insolita degli ultimi tempi: il signor Frode Berg, l’ex guardia di frontiera, arrestato a Mosca nel 2017 per essere stato sospettato di trasportare in Norvegia, su compenso, informazioni classificate sui nuovi sottomarini d’attacco russi. Le informazioni, trafugate dal russo Boris Zhitnyuk, già giudicato colpevole di alto tradimento e condannato a 13 anni di carcere, si temeva potessero finire nelle mani della Cia.

Questo “scambio” è avvenuto al termine di lunghi mesi di triangolazione diplomatiche, dal profilo segretissimo e dal fragile equilibro, che hanno previsto lunghe contrattazioni e complesse trattative. Il successo si è raggiunto solo quando il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov, ha accettato di fare una visita “di cortesia” nel Finnmark, la regione norvegese al confine con la strategica penisola di Kola, dove si trova il piccolo paese di Berg, Kirkenes. Qui l’alto rappresentante russo avrebbe dimostrato la sua “predisposizione” all’accordo secondo i vertici di Oslo. Un velato messaggio “di buon auspicio”. Evidentemente, come già presupposto in passato, l’ex guardiano di frontiera si era dimostrato essere solo un “corriere” sotto compenso, che non aveva alcuna nozione su cosa stesse riportando in patria: di certo non uno 007 sotto copertura, alle dipendenze della Nato.

Dal termine della Guerra fredda, gli scambi di spie, o di ostaggi politici come fu il cittadino americano Frederic Pryor, sono diventati eventi rari, ma comunque non estinti. E lo stesso vale per le “eliminazioni” degli agenti doppiogiochisti. Se si pensa a Litvinenko e Skripal. L’ultimo grande scambio degno di nota, è avvenuto nel 2010, quando all’aeroporto di Vienna, dieci agenti segreti russi vennero trasportati su un volo speciale dagli Stati Uniti per essere scambiati con quattro prigionieri americani condannati da Mosca. I dieci russi erano stati identificati dalla Cia come spie che si erano create una durevole copertura negli Stati Uniti e che fornivano a Mosca in maniera “regolare”. Un altro caso noto, è stato quello del 2015, a Narva, quando vennero scambiati sul ponte che collega l’Estonia con la Russia, un funzionario di sicurezza estone “sequestrato” dall’Fsb e un cittadino russo arrestato in Estonia con l’accusa di spionaggio. Più recente invece è l’intrigo internazionale sollevato dall’hacker russo Burkov – dove per contropartita la Russia sembrava aver giocato la carta dell’ostaggio politico rappresentato dalla cittadina isreaelo-americana Naama Issachar. In questo caso però, la mediazione sembra non essere andata a buon fine.

Per lo scambio di Kaliningrad i primi a ricevere la grazia, come segno di apertura, sono stai i due cittadini russi. Entrambi accusati di spionaggio, sono stati liberati dalla Lituania, che ha dovuto fare l’enorme passo di “cambiare” una legge sull’estradizione proprio per permettere a Mosca di recuperare i suoi “agenti”. Si trattava di Nikolai Filipchenko, verificato essere un agente dell’Fsb, condannato a dieci anni per aver tentato di reclutare in Lituania dei “collaboratori” che avrebbero dovuto fornire informazioni sul conto di uno di quei paesi che più teme l’ingerenza russa. E di Sergei Moisejenko, che era stato condannato a 12 anni di carcere per cercato di reclutare come “doppiogiochista” un ufficiale dell’esercito lituano che prestava servizio nella base militare di Siauliai. In cambio di questi due agenti operativi, la Russia a rilasciato, oltre  al norvegese Frode Berg, che aveva ammesso di aver corriere per dell’intelligence di Oslo, ma aveva sempre negato il suo coinvolgimento nella malcapitata operazione spionaggio, e due cittadini di origine lituana condannati a 12 e 13 anni per aver venduto segreti militari russi all’intelligence di Vilnius. L’ex ufficiale di marina Mataitis, e Aristidas Tamosaitis.