Il 18 dicembre del 2023 prendeva il via l’operazione Prosperity Guardian. La missione militare guidata dagli Stati Uniti a cui partecipa il Regno Unito con unità navali e altre nazioni, come Australia, Canada, Danimarca e Olanda con personale militare.
L’operazione è stata determinata per proteggere attivamente il traffico marittimo nel Mar Rosso dagli attacchi missilistici e con droni portati dagli Houthi yemeniti, considerati un proxy dell’Iran. Prosperity Guardian è stata seguita dalla missione dell’Unione Europea Aspides, cominciata il 19 febbraio 2024 e a cui partecipano diverse nazioni europee con un impegno pressoché costante di Italia e Francia. La differenza tra le due operazioni è nelle regole di ingaggio: le forze statunitensi colpiscono attivamente le posizioni degli Houthi nel territorio yemenita, mentre quelle europee operano in un regime strettamente difensivo, ingaggiando i vettori missilistici o droni che minacciano il naviglio mercantile in transito. Entrambe le missioni, però, non hanno eliminato la minaccia al traffico navale nel Mar Rosso, e questo nonostante la marina statunitense colpisca con missili da crociera e bombe gli Houthi da più di un anno.
La nuova amministrazione Trump ha colpito lo Yemen per la prima volta nella serata di sabato 15 marzo, facendo registrare i più massicci attacchi aeronavali da quando è cominciata Prosperity Guardian. Il presidente Trump ha dichiarato sul suo social, Truth, di ritenere l’Iran “pienamente responsabile” per gli attacchi degli Houthi e questi ultimi sono stati dichiarati ufficialmente dagli USA un’organizzazione terroristica.
Gli attacchi di sabato sono stati non solo i più massicci ma anche i più ampi: diverse postazioni di comando e controllo degli Houthi sono state colpite, oltre a magazzini e depositi di armamenti, e sembra che siano stati bersagliati anche rifugi in cui si suppone fossero presenti consiglieri militari iraniani, molto probabilmente della Forza Quds dei pasdaran che gestisce l’addestramento e il rifornimento dei proxy di Teheran.
La Casa Bianca e il petrolio iraniano
Washington, però, non sta usando solo la forza militare per contrastare gli Houthi: l’amministrazione Trump ha deciso di intensificare la propria politica di massima pressione nei confronti dell’Iran colpendo la sua fonte di introiti primaria, ovvero l’industria petrolifera. La Casa Bianca ora vuole infatti ridurre le esportazioni iraniane di petrolio, specialmente verso la Repubblica Popolare Cinese, per cercare di decurtare considerevolmente i fondi disponibili per Teheran e quindi limitare le sue possibilità di sovvenzionare i proxy in Medio Oriente. Il Dipartimento di Stato USA ha infatti imposto nuove sanzioni contro società che hanno facilitato trasferimenti illeciti di petrolio iraniano svolte al largo dei porti nel Sud-Est asiatico. Parallelamente, il Dipartimento del Tesoro ha colpito il Ministro del Petrolio iraniano, Mohsen Paknejad, e sono state sanzionate diverse compagnie coinvolte nel trasporto e nella vendita del petrolio iraniano.
Gli Stati Uniti di Trump tornano quindi a una strategia altamente coercitiva nei confronti di Teheran, nel tentativo di strangolare economicamente il Paese e di portarlo a più miti consigli, e aumentano la pressione militare sui suoi proxy, sebbene per il momento Hezbollah non sia ancora direttamente coinvolta in questa offensiva militare, anche se riteniamo che potrebbe esserlo entro poche settimane.
In buona sostanza, stiamo rivedendo uno schema già noto e tipico dell’amministrazione Trump: aumentare oltremodo la pressione su un avversario per cercare di portarlo a trattative (o renderlo inoffensivo). Lo stesso identico modus operandi lo abbiamo visto infatti nel 2018 con la Corea del Nord: in quel periodo, la prima amministrazione Trump aveva iniziato ad alzare la tensione con Pyongyang grazie a toni diplomatici molto poco ortodossi (per usare un eufemismo) del Presidente e a una decisa pressione militare. Nell’area, infatti, erano stati dislocati Carrier Strike Group (CSG) accompagnati da ridispiegamenti di bombardieri strategici e “visite di cortesia” di sottomarini lanciamissili da crociera a propulsione nucleare.
Questa tattica, che ai tempi definimmo “carta coreana” di Trump, ebbe l’effetto di condurre Kim Jong-un al tavolo della trattativa con lo storico vertice di Singapore e l’altrettanta storica vista di Trump al leader nordcoreano. Sappiamo però che successivamente ogni tentativo diplomatico di trovare una soluzione alla crisi nella penisola coreana si risolse in un nulla di fatto: dopo il vertice fallimentare di Hanoi, le reciproche posizioni si cristallizzarono e oggi la Corea del Nord è tornata ad aumentare la tensione nell’area.
Gli ayatollah e il dialogo
Questa stessa tattica, a onor del vero, venne tentata dalla prima amministrazione Trump con l’Iran per cercare di eliminare la minaccia del suo arsenale di missili balistici (il più numeroso del Medio Oriente) quando Washington stracciò il trattato JCPOA per il nucleare iraniano (voluto da Obama) e tornò a imporre dure sanzione all’Iran. La crisi si accentuò al punto che, a quanto sembra, gli USA furono prossimi a bombardare l’Iran quando quest’ultimo abbatté un drone da ricognizione che, secondo Teheran, aveva sconfinato.
Riuscirà quindi stavolta il presidente Trump a ottenere il risultato (doppio) di far arrivare Teheran al tavolo delle trattative (la questione resta sempre il nucleare) e a far cessare gli attacchi degli Houthi? Sul piano economico e strategico, questa ulteriore stretta che punta ad azzerare progressivamente le entrate petrolifere dell’Iran, indebolendone la capacità di finanziare sia le proprie forze armate sia i suoi proxy, molto facilmente non condurrà gli ayatollah a essere più inclini al dialogo: già nel quadriennio trumpiano precedente questo non era avvenuto. L’Iran non è la Corea del Nord e la teocrazia si sente erede di un impero (quello persiano) che reclama il suo posto nel mondo (basti pensare al progetto della Mezzaluna Sciita).
Inoltre, fattore molto più decisivo, l’Iran grazie al conflitto ucraino ha intessuto relazioni più strette con la Russia e la Repubblica Popolare, che va a sommarsi al meccanismo di mercato alternativo composto dai BRICS, di cui Teheran fa parte dal 2024. Insomma, il mondo di oggi è un mondo completamente diverso dal primo quadriennio trumpiano, e utilizzare le stesse strategie, o esasperarle, potrebbe facilmente non portare i risultati sperati, soprattutto se sono state già fallimentari la prima volta.