Mentre Francia, Germania e Regno Unito non escludono la possibilità di unirsi alla campagna militare di Usa e Israele contro l’Iran, anche solo per contrastare la risposta di Teheran diretta verso il Golfo Persico e il Medio Oriente, la Spagna guidata da Pedro Sanchez nega l’uso delle sue basi a Washington.
Cosa ha deciso Sanchez sulle basi
Il presidente del governo di Madrid ha infatti vietato all’alleato americano di usare come hub di rifornimento le basi di Moron de la Frontera, in Andalusia e vicina a Siviglia, e di Rota, vicino a Cadice, confermando una linea che, pur critica verso la Repubblica Islamica e il suo regime, è assolutamente contraria a ogni escalation militare. Per prassi gli Stati Uniti si rivolgono sempre agli alleati per chiedere spazio di manovra nelle basi Nato site fuori dal territorio americano.
Madrid lo ha negato e, nonostante il suo tradizionale unilateralismo, Washington e l’amministrazione Usa di Donald Trump non hanno forzato la mano. Da 12 a 15 (secondo le fonti) aerocisterne Boeing KC-135 Stratotanker hanno così lasciato la Spagna per dirigersi tra Germania, Regno Unito e Francia. Gli unici asset basati in Spagna operanti contro l’Iran sono navali, due cacciatorpediniere con base a Rota (Cadice), la USS Roosevelt e la USS Bulkeley formalmente basati a Rota ma operanti nel Mediterraneo Orientale per puntellare la difesa anti-missile di Israele.
I raid dei bombardieri Usa riforniti tra Atlantico e Mediterraneo
I KC-135 avrebbero fatto comodo agli Usa qualora si fossero ripetuti raid partiti direttamente dal suolo statunitense come quelli che tra il 28 febbraio e l’1 marzo hanno visto in scena i B-2 Spirit partiti dalla base di Whiteman, Missouri, che hanno colpito l’Iran dopo una lunga catena di rifornimenti aerei, imitati il giorno successivo dai B-1 Lancer che hanno ricevuto un primo rifornimento dalle aerocisterne operanti nella base aerea di Lajes, nelle Azzorre portoghesi, per poi essere nuovamente sostenuti tra il Mediterraneo e il Medio Oriente.
El Pais ricorda che il governo di Sanchez, tramite il Ministro della Difesa Margarita Robles e il titolare degli Esteri José Manuel Albares, ha criticato sia l’uso unilaterale della forza da parte di Washington e Tel Aviv sia la scelta iraniana di colpire i Paesi nella regione.
Sanchez spinge per la de-escalation
Sanchez ha chiesto all’Europa di lavorare per la de-escalation, rilanciando una linea di scetticismo verso le scelte militariste dell’alleato americano e quelle di Tel Aviv, già duramente criticate nel contesto di Gaza. Sanchez, giunto ai ferri corti con Benjamin Netanyahu dopo aver definito “genocida” il governo di Tel Aviv su Gaza, deve rispondere a un’opinione pubblica e a una coalizione fortemente anti-interventista, tutelare le rotte di commercio e approvvigionamento energetico di Madrid transitanti per il Mar Rosso e il Golfo Persico, tutelare gli oltre 1.100 militari stanziati tra Libano, Iraq e Turchia, provare a stabilizzare la risposta europea.
Il Guardian nota che “è improbabile che le condanne brusche di Sánchez lo rendano caro a Trump, che l’anno scorso ha attaccato duramente la Spagna per essersi rifiutata di accettare la proposta della Nato di aumentare la spesa per la difesa degli stati membri al 5% del Pil”, anche se si registra che operativamente parlando Washington non ritiene indispensabile Madrid e può ingoiare il rospo, che mostra del resto l’unico atto di reale autonomia di un Paese europeo in una guerra che minaccia la prosperità e le rotte commerciali ed energetiche del Vecchio Continente. E che appare sempre più importante, per il sistema-mondo, concludere in tempi stretti.
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