Aveva twittato “va tutto bene” Donald Trump la notte dell’8 gennaio. La notte, cioè, della collera iraniana. Quella dell’attacco missilistico alle basi militari di Erbil e Ain Al Asad, in Iraq. Durante la conferenza stampa successiva alla rappresaglia del regime degli ayatollah per l’omicidio di generale Qasem Soleimani, il Presidente degli Stati Uniti disse testualmente: “Il popolo americano deve essere grato e felice, nessun americano è rimasto ferito, non abbiamo subito vittime, ma soltanto piccoli danni alla nostra base militare”.

A distanza di una settimana, però, oltre a una conta dei danni parsa tutt’altro che “piccola”, un comunicato della Coalizione anti-Isis parlava di 11 soldati statunitensi rimasti vittime di commozioni cerebrali e trasferiti in Germania e in Kuwait per le cure del caso. Solo allora, dal Pentagono, sono arrivare le conferme.

Il mistero, tuttavia, non è ancora del tutto risolto, visto che col passare delle ore nelle diverse comunicazioni provenienti dagli Stati Uniti il numero dei feriti è aumentato di continuo. Il totale dei militari trattati per lesioni cerebrali è passato da 11, a 34, a 50, oltre la metà curati sul posto e reintegrati. 18, invece, evacuati presso gli ospedali militari americani in Germania e Kuwait. I sintomi delle lesioni concussive includono mal di testa, vertigini, ipersensibilità alla luce e nausea. E per stessa ammissione del portavoce del Pentagono, Thomas Campbell, “i numeri potrebbero cambiare ancora”.

Trump in persona, a margine del suo intervento a Davos, aveva minimizzato l’entità degli infortuni. Alla domanda sulla discrepanza delle informazioni aveva detto di aver appreso delle ferite solo “molti giorni dopo”. E aveva aggiunto: “Ho sentito che hanno avuto mal di testa e un paio di altre cose, ma direi e posso riferire che non sia nulla di grave. Non le considero lesioni molto gravi rispetto ad altre lesioni che ho visto. Ho visto persone senza gambe e senza braccia”. Un atteggiamento per niente apprezzato da alcuni gruppi di veterani statunitensi, come William Schmitz, il comandante nazionale dei veterani delle guerre straniere, che ha detto di aspettarsi “delle scuse dal presidente ai nostri uomini e alle nostre donne di servizio per i suoi commenti sbagliati”. Anche perché si tratta di infortuni che dal 2000 hanno colpito oltre 400mila membri dell’esercito.

Niente a che vedere, comunque, con le informazioni rilasciate dai media governativi iraniani, che avevano parlato di 80 membri dell’esercito americano uccisi o feriti e volati via di nascosto dalla base di Ain Al Asad all’alba dell’8 gennaio. Ma si tratta in ogni caso di numeri che contraddicono gli annunci inizialmente trionfali e rassicuranti. Un misterioso silenzio che sta a suggerire con ogni probabilità un tentativo da parte degli USA di non creare allarmismo circa la possibilità di inviare nuove truppe in Iraq (e per nulla gradite dagli iracheni), ma anche la volontà di proseguire sul percorso di distensione con l’Iran dopo la spirale di violenza iniziata a fine dicembre.

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