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Si chiama Nikolai Patrushev ed è lui  il preferito di Vladimir Putin al Cremlino.

È lui il consigliere più ascoltato da Putin, il “falco del Cremlino” che in tutti questi anni ha sempre avuto l’ultima parola su ogni genere di opzione militare prima che lo “zar” della Federazione Russa desse il suo consenso o negasse l’ordine per procedere e per schierare le truppe sul campo. Nessuna decisione strategica infatti sarebbe stata presa senza le accurate valutazioni di questo ex-comandante dei servizi segreti che ha condiviso con il presidente Punti una carriera brillante prima del Kgb dell’Unione Sovietica e poi nell’Fsb.

Dal delicato intervento in Siria – il primo intervento militare russo in un teatro in cui erano già impegnati Stati Uniti e Nato – alla recente crisi venezuelana, tutte le principali questioni riguardanti la strategia militare devono essere rigorosamente vagliate da questo ex ufficiale dell’intelligence che considera gli Stati Uniti e le “rivoluzioni colorate” la prime minacce per la sicurezza della madre Russia. Alle strategie militari si aggiungerebbero anche i cosiddetti “omicidi di Stato“, ordinati secondo l’Occidente dai vertici del Cremlino ed eseguiti secondo le vecchie tradizione sovietiche dai servizi segreti, che difficilmente non devono esser passati sulla scrivania di Patrushev: al vertice dell’Fsb, i servizi segreti russi che sono succeduti al kgb sovietico, dal 1999 al 2008.

Tra questi infatti si può annoverare anche l’esecuzione dell’ex tenente colonnello dell’intelligence Aleksandr Litvinenko, avvelenato a Londra con del polonio radioattivo versato in una letale tazza di tè ordinata in un sushi bar a Piccadilly. Era il 2006, e lui era a capo dei servizi.

Secondo quanto appreso il comandante Petrushev avrebbe una forma mentis da Guerra Fredda molto simile a quella del presidente Putin, che ha anche lui a lungo militato dei servizi d’intelligence russi, e condivide con lui la città natale di San Pietroburgo. Entrambi arruolatisi nei servizi segreti negli anni ’70, si conoscono da oltre tre decenni. Ufficiale del Kgb e poi del controspionaggio, Petruschv è succeduto a Putin come vertice del servizio segreto di Mosca nel 1999 (Putin fu a capo dell’Fsb solo un anno) per poi essere nominato segretario del consiglio di sicurezza russo al termine del mandato nel 2009.

Quando nel 2000 Punti andò al potere, tra i nomi delle persone in cui riponeva maggiore fiducia comparve subito quello di Nikolai Patrushev, e accanto a lui quelli di altri 4 dirigenti e operativi ex-kgb. Tra questi Sergey Ivanov, vice di Putin quando era a capo dell’Fsb, poi Ministro degli Esteri, e Igor Sechin, ora alla guida del colosso petrolifero Rosneft, ritenuto l’uomo più influente del Paese dopo Vladimir Vladimirovič.

Questi tre fidatissimi dello “zar” eletto appartengono tutti alla stessa casta, quella dei “silovikì”  – a discapito degli oligarchi che lo appoggiarono inizialmente – cioè quegli uomini che hanno fatto parte dei vertici militari o di spionaggio russi. Uomini considerati dallo stesso Patrushev una “nuova nobiltà” russa, idealeipici servitori dello stato che sono arrivati ai massimi livelli dell’intelligence e che non svolgono il loro lavoro per denaro, ma per “onore e orgoglio”, ha dichiarato in un’intervista rilasciata nel 2000, quando Putin saliva al governo e lui era già al vertice di uno di servizi segreti più temuti del mondo.

Del resto la Russia, come si nota non di rado, non ha mai abbandonato in alcuni ambiti le sue tradizioni sovietiche. Secondo gli osservatori, detrattori della “linea dura” dei vertici della sicurezza russa, i nuovi siloviki sono genericamente conservatori, nel più dei casi antiliberali, pronti e propensi ad utilizzare le maniera forti per garantire la sicurezza, e garantirsi in controllo dello Stato.

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