Russia-Ucraina, le fatiche della guerra e la fragilità del dialogo

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Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky hanno interesse, almeno per ora, a non accelerare i tempi per la fine della guerra in Ucraina. E questo complica i piani per chi, soprattutto in Europa, mira a aprire unafinestra d’opportunità per chiudere questo sanguinoso e logorante conflitto che dopo aver sconvolto gli equilibri europei oggi appare come una piaga insanabile, ma il cui decorso ormai è noto.

Le fragilità di Russia e Ucraina

Mosca avanza sul terreno, lentamente e con l’obiettivo di logorare gli asset e le unità ucraine, mentre nel 2026 Kostjantynivka, architrave del Donbass, appare la chiave di volta del conflitto e la sede dell’ennesima battaglia-tritacarne dopo Bakhmut, Avdiivka e la “cintura delle fortezze” dell’oblast di Donetsk in cui dal 2022 al 2025 Mosca e Kiev hanno consumato enormi quantità di risorse e migliaia di vite umane. Questa è una realtà ineludibile che per Kiev mostra il vero problema di fondo: ai punti, l’Ucraina rischia il logoramento strutturale e di restare a corto di mezzi e risorse, dipendendo sempre più dall’assistenza occidentale. Ma al contempo, quattro anni e mezzo di conflitto hanno insegnato al Paese invaso a fare la guerra e a portarla nel territorio nemico. La Russia non può nascondere la pressione esercitata dai raid ucraini sulle raffinerie e le infrastrutture del Paese euroasiatico.

I raid dei droni ucraini dei giorni scorsi, i più estesi dall’inizio della guerra, hanno portato caos anche nella capitale Mosca, mostrando che in sostanza la necessità di difendere spazi enormi nei cieli e di prevenire incursioni nemiche è condivisa e difficilmente affrontabile dai belligeranti. Ora ci troviamo nella classica situazione in cui sia lo Zar del Cremlino che il leader della Bankova sono accomunati dalla prospettiva di poter, militarmente, migliorare l’output della guerra prima di sedersi al tavolo delle trattative e dal timore di affrontare ciò che un eventuale dopoguerra riserverebbe ai loro governi.

Guerra psicologica

Zelensky ha deciso che l’Ucraina potrà colpire Mosca per rompere le restrizioni agli attacchi in profondità già messe nel 2022-2023 dall’ex presidente Usa Joe Biden e esercitare pressione psicologica sulla Russia. Gli attacchi ucraini a Mosca richiamano alla mente quelli britannici del novembre 1940 a Berlino, compiuti mentre Vyacheslav Molotov, ministro degli Esteri sovietico, visitava Berlino e dialogava con l’omologo Joachim von Ribbentrop. Durante un dialogo compiuto in un bunker nel corso dell’attacco inglese Molotov, sentendosi ripetere dal gerarca tedesco la narrazione sulla fine imminente delle capacità combattenti di Londra mentre si cercava di capire se fare del rapporto tra le due potenze una partnership sistemica, rispose velenoso: “Se è così, perché siamo in questo rifugio e di chi sono queste bombe che cadono?”. Mutatis mutandis, il dubbio di Molotov è quello che l’Ucraina vuole instillare nel cittadino di Mosca per fiaccare il consenso verso una guerra già dispendiosa per le tasche degli abitanti del gigante euroasiatico.

La Russia, invece, continua la sua battaglia di logoramento e lo scenario per l’estate lascia presagire un’estensione delle operazioni per mirare a vincere, direttamente o indirettamente, la battaglia del Donbass, che ormai sembra essere definito come obiettivo minimo di riferimento. E c’è da attendersi che con luglio e agosto inizi la strategia preventiva di attacco alle infrastrutture di rete ed energetiche del Paese invaso che negli anni scorsi per mettere in difficoltà Kiev in vista del rigido periodo invernale. La guerra della Russia, insomma, è al fronte interno ucraino e se la prospettiva di una vittoria militare totale appare remota, una crisi e uno shock possono giocare un ruolo più critico nel determinare gli esiti del conflitto.

In cerca di una via d’uscita

Si capisce, chiaramente, che quando le guerre iniziano a mirare ai fronti interni dei Paesi nemici, il salto quantico compiuto è notevole. E ciò mostra tanto la carenza di strategie e mezzi per risolvere sul terreno la guerra quanto la volontà di Putin e Zelensky di capire, per ora, come andrà il conflitto per poi prendere posizione netta su eventuali negoziati. In tal senso si inseriscono i movimenti europei e occidentali per provare a capire in che misura si possa dialogare con la Russia. La recente spaccatura tra Antonio Costa, presidente del Consiglio Europeo, e la sua volontà di dialogare con Putin e i Paesi dell’E3 (Francia, Germania e Regno Unito), che vogliono tenere in mano il boccino del negoziato la dice lunga: vista la difficoltà americana nell’imbastire un negoziato, spetterebbe all’Unione Europea e ai Paesi del Vecchio Continente il capire quanto il desiderio di garanzie di sicurezza da parte della Russia si sposi con la sfida di tutelare l’Ucraina e la sua libertà postbellica.

“La dolorosa domanda che ora si pone a Zelenskyy non è come resistere all’aggressione russa, ma quante altre persone l’Ucraina può perdere prima di perdere il suo futuro”, nota il Financial Times, e se gli attacchi su Mosca possono contribuire a “smantellare l’ambizione di Putin di una vittoria totale”, è anche vero che finora “gli alleati europei dell’Ucraina non hanno compreso che la natura del fare la pace è cambiata”, e impone di ragionare non solo di territori e truppe ma di ampie garanzie securitarie. Può non piacere, ma è da tutta la storia che è così: per fare la pace bisogna dialogare con l’altro da sé, il rivale, l’avversario. E per porre fine alla guerra servirà capire le linee rosse tanto di Kiev quanto di Mosca.

In che misura congelare, eventualmente, il fronte nel Donbass? Come far accettare una exit solution capace di non far uscire nessuno come perdente? Come evitare che un’Ucraina post-bellica sia instabile e fragile e che i rapporti con una Russia alle porte dell’Europa segnati da una sfiducia e un senso di minaccia incombente? Risolvere questi dilemmi sarà vitale. E gli europei hanno l’occasione di aprire queste brecce negoziali che ad oggi Putin e Zelensky possono permettersi di delegare ad altri. Trovandosi tanto convergenti quanto nemici, nell’ennesimo paradosso di una guerra sfiancante.