I leader europei hanno nuovamente mancato l’occasione di una presa di posizione autonoma e chiara sul tema del futuro del conflitto in Ucraina. I 24 punti redatti dai leader dell’Unione Europea e dai capi di Stato e di governo di Francia, Germania e Regno Unito come contraltare ai 28 punti di Donald Trump sembrano una mossa di frustrazione e una dimostrazione di impotenza più che una manifestazione di reale concretezza politica.
Il motivo? Innanzitutto, sembrano essere redatti con l’illusione di voler esercitare una voce senza però far comprendere quale contributo originale potrebbe portare l’Europa. Errore da matita blu in politica internazionale: giocare di rimessa manifestando un’assenza di prospettiva reale e concretezza laddove esse dovrebbero emergere con forza. Infatti, il piano europeo è una caricatura, emendata, del piano Trump. Piaccia o meno quest’ultimo, non esprime una visione e una strategia, ma una risposta che sembra inserirsi nel canovaccio del turbolento summit di febbraio tra The Donald e Volodymyr Zelensky o sulla scia del summit di agosto tra Trump e Vladimir Putin: scelte reattive, non originali.
In secondo luogo, sull’Ucraina si rischia di andare in cortocircuito in materia securitaria. L’Europa sta dicendo al contempo, su vari tavoli, di voler sostenere Kiev come fatto dal febbraio 2022 a oggi, di ritenere Mosca una minaccia securitaria, di voler provare a riarmarsi per non dipendere più dalla garanzia americana e prevenire future aggressioni russe ma al contempo anche di voler proporre al Paese guidato da Putin un piano di pace alternativo e migliorativo rispetto a quello riguardante il futuro di uno Stato in difficoltà sul campo di battaglia redatto dal suo principale alleato. Tutto questo mentre:
- Per Zelensky la relazione securitaria decisiva si manifesta essere ancora quella con gli Usa.
- L’assenza degli abilitatori strategici decisivi (dal trasporto aereo ai satelliti, passando per la capacità di attacco a lungo raggio) rende ridotta la potenziale garanzia securitaria europea.
- Si chiede esplicitamente nel piano comunitario una copertura americana
- Non c’è un chiaro nesso tra la scala di priorità della nuova politica estera e di sicurezza europea e la futura garanzia all’Ucraina.
Infine, si continua a palesare come plausibile l’ipotesi di un ingresso nell’Unione Europea dell’Ucraina che sempre più appare potenzialmente in contrasto con la realtà delle cose. Per iniziare, se Kiev sarà chiamata a cedere de facto e non de jure territori a Mosca per la cristallizzazione del fronte da cessate il fuoco, resterà con contenziosi aperti con un altro Paese, pregiudizio già di per se pesante per un accesso comunitario. In secondo luogo, come abbiamo spiegato, resta il nodo della politica agricola comune, che l’Ucraina drenerebbe eccessivamente per le ambizioni di fondi Ue di Stati come la Polonia, e di per sé basterebbe come pregiudizio a ogni prospettiva futura.
Infine, lo stato della società e della politica ucraine non sembra per ora tale da garantire un avvicinamento agli standard europei per trasparenza, rispetto della seprazione dei poteri, lotta alla corruzione. Ad oggi parlare di un rapido ingresso ucraino nell’Ue è, dunque, un utile paravento senza concretezza. E completa un trend che rende l’Europa più pronta a parlare, che agire completamente, per risolvere una crisi su cui i decisori continentali sembrano non toccare palla.
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