I tanto attesi colloqui di pace di Istanbul sono iniziati e finiti nel caos e nell’improvvisazione. Delegazioni azzoppate, leader assenti, accuse reciproche. Un déjà vu del fallimento del 2022. Questa volta, con due differenze cruciali: l’irrilevanza ormai evidente dell’Europa e il ritorno ingombrante di Donald Trump come perno della diplomazia internazionale.
Attenzione però: quasi nessuno si aspettava che il vertice potesse segnare una svolta nel conflitto ucraino, anche se il palcoscenico per recriminazioni in cui si è trasformato non incoraggia l’ottimismo Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha definito “un insulto” la decisione di Putin di non partecipare di persona, inviando al suo posto Vladimir Medinsky – lo stesso consigliere che aveva guidato i negoziati di Istanbul nel 2022. Un segnale, secondo alcuni analisti, che Mosca è disposta a riprendere da dove i colloqui si interruppero allora: neutralità ucraina, riduzione delle forze armate di Kyiv, e garanzie di sicurezza offerte dai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu.
Ma l’Ucraina, oggi più fragile militarmente, potrebbe non avere la forza per rifiutare. E lo sa anche Trump. Il tycoon ha evitato di recarsi a Istanbul, ma ha fatto sapere che nulla si muoverà senza un suo incontro diretto con Putin. “Finché non parlo io con lui, non succederà niente”. La diplomazia come un reality con lui protagonista. Il solito.
L’Europa sempre più irrilevante
Nel frattempo, l’Europa si dimostra ancora una volta marginale. Il tentativo congiunto di Macron, Starmer e Merz di imporre un cessate il fuoco a Mosca entro il 12 maggio si è dissolto nel nulla. Putin lo ha ignorato e rilanciato con la sua proposta di colloqui senza condizioni, smascherando il bluff europeo. L’Ue ha annunciato il 17º pacchetto di sanzioni, talmente tiepido da non incontrare neanche l’opposizione di Ungheria e Slovacchia. E Macron stesso ha dovuto ammettere che le risorse sono finite, che non si possono confiscare legalmente i beni russi, e che la sua idea di inviare truppe europee in Ucraina è solo un gesto simbolico.
Zelensky, stretto tra un’Europa impotente e una diplomazia americana imprevedibile, cerca almeno di non sembrare il sabotatore della pace. Ma intanto i colloqui qualcosa lo hanno ottenuto: lo scambio di prigionieri più importante dall’inizio della guerra. Il che non va giudicato un fallimento solo perché non ha prodotto un cessate il fuoco: era il primo round e ha mostrato segnali di progresso. Secondo l’analista Mark Galeotti, la presenza di Medinsky indica una certa volontà russa di trattare, pur con limiti evidenti. Putin non si è presentato, ma è normale che i leader intervengano solo nelle fasi finali. Il dialogo potrebbe essere una messinscena, ma anche un piccolo spiraglio è meglio di nulla: chi lo nega, spesso, lo fa per ragioni ideologiche.
Quando si parla del fallimento dei negoziati di tre anni fa, il riferimento all’articolo di Foreign Affairs firmato da Samuel Charap e Sergey Radchenko è ormai ricorrente. Soprattuttto da chi assolve il fronte euro-atlantico da ogni colpa. Ma pochi hanno letto la seconda puntata pubblicata dai due studiosi, circolata molto meno della prima eppure fondamentale per comprendere l’attuale impasse diplomatica.
Il cuore della loro analisi è semplice quanto dirompente: il problema non è se inviare “boots on the ground”, ma la volontà politica di difendere Kyiv e costruire una pace sostenibile. Nel 2022, la percezione ucraina di una possibile vittoria – dopo la ritirata russa da Kyiv – spinse Zelensky a proseguire la guerra. Oggi, con una situazione militare più incerta e un sostegno occidentale meno garantito, l’Ucraina è più incline a trattare. Al contrario, Mosca potrebbe tentare nuove conquiste se intuisce un disimpegno dell’Occidente.
Secondo Charap e Radchenko, uno dei motivi del naufragio del tavolo di Istanbul fu l’assenza di un piano per il “day after” il cessate il fuoco. Le due agende – fermare i combattimenti e costruire un ordine post-bellico – vanno trattate insieme. Concentrarsi solo sul primo obiettivo, come fa oggi la diplomazia trumpiana, è illusorio e rischioso.
Quel che si poteva discutere
Il passaggio più illuminante dell’articolo riguarda la natura delle posizioni di Putin e Zelensky. A dispetto della reputazione da massimalisti, entrambi si dimostrarono pronti, nel 2022, a concessioni concrete e politicamente rischiose. Putin aprì a discutere lo status della Crimea, all’ipotesi di un intervento americano in caso di nuove invasioni e persino all’adesione dell’Ucraina all’UE. Zelensky, dal canto suo, accettò l’idea di una neutralità permanente e chiese un incontro diretto con il leader del Cremlino per finalizzare l’intesa.
Per questo, ammoniscono gli autori, è sbagliato prendere per definitive le posizioni pubblicamente dichiarate oggi da Mosca e Kyiv. Si tratta spesso di posture negoziali iniziali, pensate per rafforzare la propria leva al tavolo. Il vero negoziato avviene nel processo, non nelle dichiarazioni. Ma l’esperienza del 2022 dimostra che anche negoziati falliti possono offrire preziosi indizi per evitare altri anni di guerra. A patto, però, di non ignorarne le lezioni.
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