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Guerra

Russia: perché il prezzo della benzina ci parla del Cremlino e dei suoi problemi

Cinque settimane consecutive di aumento del prezzo, come non era mai successo. E i droni ucraini continuano a colpire le raffinerie...
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Nella notte tra il 17 e il 18 giugno, Mosca è stata investita dal più massiccio attacco aereo ucraino dall’inizio della guerra. Le autorità cittadine hanno dichiarato che la difesa antiaerea ha abbattuto 194 velivoli nemici, ma molti altri hanno raggiunto un bersaglio. Prima di questo, l’attacco più violento era stato registrato l’11 marzo e si era parlato di 74 droni abbattuti. L’11 maggio, inoltre, l’antiaerea russa aveva intercettato 120 droni che si dirigevano verso la capitale. L’escalation è evidente. Come è chiaro che, se il centro urbano di Mosca resta relativamente protetto, altrettanto non si può dire per i grandi impianti industriali e le infrastrutture della regione circostante. L’aeroporto di Sheremetyevo, il principale del Paese, è stato precipitosamente evacuato e i passeggeri già a bordo degli aerei, come quelli in attesa nei terminal, sono stati evacuati verso i rifugi e 500 voli annullati o rinviati. Per la seconda volta in una settimana gli ucraini hanno colpito la grande raffineria di petrolio di Kapotnja, dove si sono subito sviluppati grandi incendi: le immagini dei roghi all’alba sono in effetti piuttosto impressionanti.

Gli ucraini hanno così drammaticamente riproposto il dilemma militare che la Russia non riesce, e forse non può, risolvere: puoi proteggere tanto ma non tutto. Qualche bersaglio importante verrà comunque colpito, soprattutto nel perimetro di una struttura energetica amplissima e sparsa come quella russa. E infatti ormai avviene quasi tutti i giorni. Poco conta che nelle stesse ore i russi abbiano colpito per l’ennesima volta Kiev e i suoi dintorni. Le azioni ucraine hanno un impatto mediatico molto maggiore: la narrazione generale, largamente abusiva ma anche largamente seguita, è quella di Davide contro Golia, con Davide ovviamente più simpatico. E non è un caso se Volodymyr Zelensky, come sempre molto abile, definisce questi attacchi “le sanzioni ucraine” verso la Russia. Ma anche l’effetto è molto diverso. Perché gli ucraini da più di quattro anni hanno la guerra in casa, sul terreno e nei cieli, a causa dell’invasione russa, e purtroppo per loro sanno bene che cosa voglia dire. Mentre i russi, questa era la strategia politica ormai fallita del Cremlino, dovevano sentire il rombo della guerra lontano, molto lontano, quasi impercettibile. E se le bombe cadono su Mosca (Kapotnja non è regione, è un quartiere della capitale, se pure periferico) e su altri grossi centri, è chiaro che qualcosa non funziona. Se il ministero della Difesa deve diramare un comunicato in cui afferma di aver intercettato circa 1.000 droni ucraini in 24 ore, è chiaro che c’è un problema. E che questo 2026 sia l’anno più duro da quando Vladimir Putin ha deciso di invadere l’Ucraina, non è scoperta di oggi, tanto meno per i lettori di InsideOver.

Cinque settimane consecutive di aumenti

Il “problema”, per continuare a chiamarlo così, si manifesta in molti modi, molti più sotterranei ma non meno efficaci. L’aumento delle accise su una vasta gamma di prodotti di tecnologia domestica. L’aumento dell’Iva. L’aumento delle tasse. E, per venire più direttamente agli ultimi eventi a Mosca, l’aumento del prezzo della benzina. Nella settimana dal 9 al 15 giugno, secondo i dati Rosstat, i prezzi della benzina presso le stazioni di servizio russe sono aumentati in media dello 0,95%. Nelle ultime due settimane, poi, i prezzi alla pompa sono aumentati dell’1,93%, il doppio rispetto all’intero mese di maggio (0,85%). In totale, il prezzo della benzina in Russia cresce da 5 settimane consecutive, una performance negativa che non si era mai registrata dal 2022. E che ha investito in pratica tutto il Paese: il prezzo della benzina è cresciuto in 78 degli 89 soggetti (46 regioni, 24 Repubbliche, 9 Territori, 4 Circondari autonomi, 3 Città federali come Mosca, San Pietroburgo e Sebastopoli e 1 Regione autonoma) della Federazione.

La spiegazione ufficiale di solito è racchiusa nella frase “interventi di manutenzione non programmati nelle raffinerie” che, tradotto dal politichese della propaganda, vuol dire: riparazioni dei danni nelle raffinerie più importanti colpite dai droni, come quelle di Tatneft a Nizhnekamsk, quella di Rosneft a Kuybishev, quella di Lukoil a Volgograd e, appunto, quella di Mosca. Oltre al danno indiretto (la diminuzione della produzione) ci sono quelli indiretti. Per esempio la necessità di trasportare i carburanti verso i punti colpiti o dove essi maggiormente scarseggiano, cosa che contribuisce all’aumento dei prezzi e alla crisi generale. Per non parlare dei problemi con il gasolio, tema che colpisce molto gli agricoltori del Sud della Russia. Oppure la difficoltà a procurare i pezzi di ricambio per gli impianti petroliferi a causa delle sanzioni occidentali.

Da qui a immaginare un prossimo crollo della Russia, o un improvviso calo delle intenzione belliche di Putin, ancora ce ne corre. Non è un caso, infatti, se tutti, da Zelensky a Trump agli europei, intimano al Cremlino di trattare. Se pensassero che la vittoria è vicina non lo farebbero, ovvio. Anche perché poi, sul terreno, succedono molte altre cose. Per esempio che sia in grossa crisi la difesa di Kostantyvika, la città-fortezza dove si combatte da quasi un anno. Che i russi abbiano appena occupato il villaggio di Rai-Aleksandrivka, postazione militare e snodo logistico strategico della resistenza ucraina. Che sia avvenuto un ennesimo scambio di salme di soldati caduti al fronte e che i russi ne abbiano restituite 522 e gli ucraini solo 33. E che le autorità europee stiano pensando di ridurre l’accoglienza ai rifugiati ucraini proprio perché Zelensky possa mandare più uomini al fronte. Ma non v’è dubbio che un evento apparentemente secondario come l’aumento del prezzo della benzina riveli, nella struttura del potere e della società russi, crepe insidiose che il Cremlino avrebbe preferito nascondere.

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