Tre cose, oggi, accomunano Russia e Ucraina. La guerra, ovviamente. Poi la corruzione. Degli scandali ucraini legati all’Operazione Midas abbiamo parlato diffusamente (qui, e in relazione alla Russia anche qui), tra quelli russi c’è solo l’imbarazzo della scelta. Il ministero della Difesa nella gestione di Sergej Shoigu è stato un sacco senza fondo, con conseguenze non ancora esaurite: due giorni fa è stato arrestato il colonnello Viktor Tarazeevich, capo del Dipartimento rifornimenti dell’esercito, che rubava sulle razioni per i soldati. Curiosamente, uno scandalo simile era scoppiato nelle forze armate ucraine ai tempi del ministro Reznikov.
Il terzo tratto comune, però, è forse quello che più merita di essere osservato, soprattutto nel suo fallimento. Ed è la censura di regime. Di quella vigente in Russia, più pervasiva ed evidente, si è parlato molto: le liste degli “estremisti” e degli “agenti stranieri” che mettono all’indice persone e organizzazioni, le nuove leggi che puniscono “la diffusione di informazioni false” e il “discredito delle forze armate”, la revisione dei libri di testo scolastici per allinearli alla narrazione nazionalista ora dominante, il bando ai social occidentali, le limitazioni alla navigazione Internet… Di quella organizzata in Ucraina si parla meno perché è meno clamorosa, anche se non è poco intrusiva: bandita una dozzina di partiti politici di opposizione, un canale televisivo unico dello Stato, limitazione dei diritti delle minoranze (a partire da quella russa, ma anche di quella ungherese), persecuzione della Chiesa ortodossa russa, gli esempi non mancano. Entrambi i Paesi, poi, hanno varato provvedimenti che vietano la pubblicazione di fotografie e video con le conseguenze degli attacchi nemici. La Russia, poche settimane fa, ha introdotto un’apposita legge in proposito, che prevede multe pesantissime per i trasgressori. In Ucraina la pubblicazione di immagini “sensibili” prevede anche lunghi anni di carcere, e infatti le immagini che arrivano da noi sono quasi esclusivamente riferite a bersagli civili (quelli che, ovviamente, più destano indignazione in chi osserva), come se i russi non colpissero mai obiettivi militari.
Perché parlavamo di fallimento, quando è evidente che la censura comunque ottiene risultati importanti, sia nel controllo dell’opinione pubblica interna sia nella costruzione di una narrativa utile alle relazioni con l’esterno? Perché manca quasi completamente il bersaglio nei due settori per l’uno e per l’altro più sensibili.
Gli uomini di Kiev, gli impianti di Mosca
Nonostante negli ultimi mesi vanti, con la collaborazione dei media occidentali, grandi risultati sul fronte, l’Ucraina continua a perdere terreno (di ieri la notizia che le autorità militari hanno ordinato l’evacuazione di sette centri abitati a Nord-Ovest di Khar’kiv, la seconda città del Paese) ma soprattutto deve affrontare una quasi drammatica carenza di uomini. Sarebbero necessari, secondo le diverse stime, tra 150 e 200 mila soldati in più. Non è un caso se Volodymyr Zelensky gira l’Europa chiedendo chiedendo ai diversi Paesi (ultimi esempi, Irlanda e Norvegia) di rimandare in Ucraina gli uomini atti al servizio militare che vivono nella UE come rifugiati. E come ha raccontato nelle nostre pagine Roberto Vivaldelli, l’Unione Europea si sta mostrando sensibile alle richieste del presidente ucraino, tanto da avere allo studio provvedimenti appositi.
La risposta delle autorità ucraine alla sempre più pressante carenza di uomini è la mobilitazione forzata. Anonimi minivan, scortati da automobili civili piene di soldati, girano per le città portando via gli uomini da arruolare, afferrandoli per strada, andandoli a cercare nelle case o sul posto di lavoro, trascinandoli via a forza, spesso tra le urla disperate dei familiari. Una pratica violenta, cui spesso gli ucraini si ribellano, mettendo in atto piccole rivolte contro le pattuglie che a volte sono costrette a “liberare” la preda. Le autorità ucraine, ovviamente, non tengono molto a pubblicizzare certe condotte. Ma ci pensano gli ucraini, che riempiono la Rete di video girati coi telefonini per stigmatizzare l’operato delle pattuglie, pur sapendo che i filmati vengono ripresi dalla propaganda russa che vuole ovviamente esaltare le difficoltà della resistenza militare ucraina.
Lo stesso, però, avviene sull’altro fronte. La Russia sperimenta in questa fase le maggiori difficoltà non tanto sul fronte propriamente detto (l’ultimo scambio di corpi di soldati caduti ha visto 560 salme di ucraini restituite dai russi e zero restituite dagli ucraini) ma sul fronte interno, dove i droni ucraini, in collaborazione con le intelligence occidentali, riescono a colpire con regolarità le infrastrutture energetiche russe. Come e perché l’ha spiegato benissimo in queste pagine Giuseppe Gagliano. L’ultimo caso ieri, con i droni ucraini piombati sul terminale petrolifero di San Pietroburgo (foto sotto). Danni non gravissimi ma un’azione indicativa delle difficoltà russe, perché il bombardamento è avvenuto proprio in coincidenza con l’apertura del Forum economico internazionale della città, un appuntamento cui Vladimir Putin tiene tantissimo. Ed è inimmaginabile che i russi non avessero previsto che gli ucraini avrebbero cercato di cogliere l’occasione, né che non abbiano provato a prendere contromisure. A quanto pare invano.

Oltre a produrre un danno economico, queste azioni ucraine toccano nel vivo la sensibilità del Cremlino, che ha a lungo accarezzato l’idea di “nascondere” la guerra ai russi. Da qui la morsa crescente della censura, di cui parlavamo prima, ma anche la ribellione crescente alla censura. Indifferenti alla minaccia delle sanzioni e delle multe, i russi continuano a pubblicare immagini e video degli impianti colpiti, che ovviamente finiscono per essere usati anche dalla propaganda ucraina. E non solo: anche i giornali ucraini usano i video dei russi per documentare articoli che altrimenti soffrirebbero per la stretta delle autorità sulle informazioni. La Ukrainska Pravda, per esempio, illustrava le notizie sull’attacco a San Pietroburgo proprio con foto scattate da russi, denunciandole peraltro come tali.
In un quadro drammatico di guerra e repressione, quindi, si realizza almeno in parte quel citizen journalism che molti avevano sognato all’apparire dei nuovi media. Solo in parte ma comunque abbastanza da da far crescere in misura esponenziale i già notevoli dubbi sull’altro journalism, quello ufficiale.
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