Si parla sempre più di negoziato, ma sul terreno la guerra continua come se la pace fosse ancora lontana. L’attacco ucraino al porto di Sochi, dove il 3 settembre un drone navale ha colpito la Nefrit, nave russa di supporto alle attività offshore di petrolio e gas, ne è un esempio. L’impiego dei droni come arma asimmetrica rivela però anche il limite della capacità militare ucraina: Kiev può colpire in profondità la Russia, ma non sembra avere la forza per trasformare questi attacchi in una controffensiva terrestre dotata di profondità e continuità. La guerra si sposta così sempre più oltre il fronte, senza che questo significhi necessariamente un mutamento degli equilibri sul terreno.
La Russia, infatti, continua ad avanzare, anche se lentamente. Le valutazioni dei principali centri studi indicano che nell’agosto 2026 l’avanzata russa è aumentata marginalmente, ma senza produrre ancora quel collasso operativo delle linee ucraine che consentirebbe a Mosca una grande manovra decisiva. I guadagni restano limitati e costosi. La Russia non sta sfondando rapidamente, ma l’Ucraina non riesce neppure a trasformare i propri attacchi in profondità in una vera controffensiva strategica sul terreno.
La strategia russa sembra quindi sempre più leggibile come una guerra di pressione e logoramento.
In questo quadro acquistano significato sia la pressione nell’area di Kharkiv sia gli attacchi contro Odessa. Sono due teatri differenti, ma entrambi incidono sulla libertà di manovra ucraina. Kharkiv costringe Kiev a mantenere importanti risorse nel Nord-Est e tiene aperta la pressione sulla frontiera; Odessa ha invece un valore economico e strategico enorme per l’accesso ucraino al Mar Nero. La logica è dunque quella di comprimere progressivamente lo spazio nel quale Kiev può scegliere dove impiegare le proprie risorse.
È interessante confrontare questa dinamica militare con la lettura che arriva da Mosca. Ivan Timofeev, direttore generale del Russian International Affairs Council (RIAC), rifiuta l’idea che il mondo sia già entrato in una guerra mondiale combattuta da due blocchi rigidamente contrapposti. Secondo la sua analisi, siamo piuttosto dentro una «serie di crisi e conflitti di intensità variabile», nella quale anche uno scontro fra due potenze può però produrre conseguenze globali. È una distinzione importante. Perché se si guarda alla guerra soltanto come a un duello Russia-Ucraina, si rischia di non capire il comportamento delle altre potenze. La guerra è ormai anche una competizione per il nuovo equilibrio internazionale e la Russia non può escludere l’apertura di altri fronti: anche per questo non può concentrare tutte le proprie risorse sull’Ucraina.
È qui che la guerra dei droni assume un significato ulteriore.
Un attacco a Sochi non serve soltanto a danneggiare un obiettivo. Serve anche a dimostrare che la profondità strategica russa non è intoccabile. E questo ha un valore negoziale. Perché un Paese che sta cercando di arrivare a una trattativa deve prima dimostrare di avere ancora strumenti con cui aumentare il costo della guerra per l’avversario.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky lo ha detto anche in relazione alla diplomazia: Kiev deve mantenere una posizione militare sufficientemente forte per negoziare. Parallelamente, Washington sta esplorando nuove possibilità di de-escalation in vista dell’inverno, mentre Kiev guarda ai mesi autunnali come a una possibile finestra diplomatica.
La guerra e il negoziato, quindi, non sono necessariamente due fasi successive. Possono procedere contemporaneamente.
Il limite della strategia ucraina
L’Unione europea ha predisposto un prestito da 90 miliardi di euro per il 2026-2027, con circa due terzi destinati all’assistenza militare e un terzo al sostegno generale del bilancio. Ma Kiev ha chiarito che questa cifra copre soltanto una parte del fabbisogno complessivo e che il restante terzo deve essere reperito da altri alleati.
Vsevolod Chentsov, vice primo ministro ucraino per l’integrazione europea, ha avvertito che anticipare una parte dei fondi europei non rappresenterebbe una soluzione definitiva al problema finanziario di Kiev. Il problema diventa ancora più evidente guardando alla situazione di bilancio. Il Parlamento ucraino ha recentemente fallito un voto su una riforma fiscale collegata agli aiuti del Fondo monetario internazionale e dell’UE; il Paese deve fronteggiare un enorme deficit mentre continua a finanziare la difesa.
È dunque comprensibile la domanda: quanto può durare una guerra nella quale una parte dipende strutturalmente dall’assistenza finanziaria esterna?
Il problema reale è quello della dipendenza finanziaria e della condizionalità. Chi finanzia la guerra e l`eventuale ricostruzione avrà inevitabilmente voce sulle riforme, sulle infrastrutture, sugli investimenti e sull’organizzazione dell’economia. Il confine tra sostegno e influenza diventerà quindi una delle grandi questioni del dopoguerra. E più la guerra si prolunga, maggiore sarà il costo della ricostruzione e maggiore sarà la dipendenza dall’esterno. Questo è uno dei prezzi della scelta di una guerra di logoramento della guerra in atto
Il nodo politico
Quando si dice «l’Europa deve fare questo» oppure «l’Europa deve fare la pace», si rischia di usare una categoria geopolitica che non esiste davvero. L’Unione Europea è certamente un’organizzazione politica ed economica di peso. Ma non costituisce una potenza geopolitica omogenea nel senso tradizionale del termine. Al suo interno convivono interessi nazionali diversi.
La Francia pensa alla propria autonomia strategica e al ruolo che Parigi può avere nel futuro ordine europeo. La Polonia guarda soprattutto alla minaccia russa e alla sicurezza del fianco orientale. La Germania sta tornando a investire massicciamente nella propria capacità militare. Il Regno Unito, pur fuori dall’UE, resta una potenza europea decisiva e conserva un rapporto particolarmente stretto con Washington.
Non è quindi sorprendente che il riarmo europeo stia producendo anche nuove tensioni.
Il “caso Germania”
Se la spesa militare tedesca nel 2021 era ancora intorno ai 47 miliardi di euro, nel 2026 dovrebbe arrivare a circa 108 miliardi, contro i 57 miliardi della Francia, circa 80 del Regno Unito e 47 della Polonia. E il percorso non si fermerebbe qui. Questo significa che il problema non è soltanto quanto l’Europa spende per la difesa. È chi acquista nuova capacità di potenza dentro l’Europa.
Claudia Major, analista del German Marshall Fund, ha evidenziato proprio le preoccupazioni che il riarmo tedesco suscita soprattutto in Francia e Polonia: il ritorno della «questione tedesca», cioè il problema storico di come integrare una grande potenza continentale in un equilibrio europeo condiviso.
Ed è qui che diventa interessante la posizione di Karl Kaiser, storico esponente dell’euroatlantismo tedesco e per trent’anni alla guida del German Council on Foreign Relations (DGAP). Kaiser considera positivo il fatto che in Germania stia diminuendo quella che definisce la «pericolosa negazione della realtà della potenza» e ritiene che Berlino sia sulla strada giusta verso la ricostruzione della propria capacità militare.
Ma pone condizioni precise: la nuova potenza tedesca non deve finire nelle mani dell’AfD; la leadership tedesca deve essere integrata nelle strutture europee; e, nonostante una maggiore autonomia europea, il rapporto transatlantico deve restare fondamentale.
Il problema europeo.
Il riarmo tedesco non significa automaticamente la nascita di una potenza europea. Può significare anche una nuova redistribuzione del potere fra le potenze europee. E quindi la domanda sulla pace in Ucraina diventa inevitabilmente anche una domanda sull’Europa che nascerà dopo la guerra.
Il dato forse più interessante dei materiali provenienti dagli analisti russi è che Mosca non ragiona necessariamente secondo lo schema «Russia contro Occidente». Dimitri Trenin, presidente del Russian International Affairs Council (RIAC), già colonnello dell’esercito sovietico e già direttore del Carnegie Moscow Center, sostiene la necessità per la Russia di perseguire una politica estera «equilibrata», sfruttando ogni divisione nel campo occidentale, soprattutto fra Stati Uniti ed Europa e anche all’interno dell’Europa.
Questa è quella che nel materiale diplomatico viene definita politica russa «multivettoriale»: Mosca vuole mantenere la propria libertà d’azione, compresi i rapporti con la Cina, e non vuole diventare un partner subordinato di Pechino.
La Russia e la diplomazia multivettoriale
La Russia non vuole semplicemente sostituire l’Occidente con la Cina. Vuole utilizzare Cina, India, Medio Oriente, Asia-Pacifico e, nel lungo periodo, anche l’Europa come diversi vettori della propria politica estera.
Denis Alipov, ambasciatore russo in India, sintetizza questa impostazione affermando che, pur essendo cresciute enormemente le relazioni con Pechino, Mosca vuole sviluppare con New Delhi una cooperazione altrettanto ampia e intensa.
È il contrario di una politica fondata su un solo alleato.
Ancora più significativa è l’analisi di Timofei Bordachev, direttore di programmi al Valdai Club.
Bordachev indica la Germania come possibile perno di un futuro riavvicinamento russo-europeo e ricorda il peso che il partenariato energetico con Mosca ha avuto nel modello economico tedesco degli anni precedenti alla guerra.
Ma soprattutto immagina una vera e propria «lotta interna» all’Europa per ridefinire il rapporto con la Russia. Secondo questa lettura, la posta in gioco non sarebbe soltanto la politica verso Mosca, ma il ruolo della Germania nella ridefinizione dell’intero approccio europeo. Non significa che questa previsione debba realizzarsi. Significa però che anche Mosca interpreta l’Europa come un insieme di interessi nazionali potenzialmente divergenti. L’unità europea sulla guerra può essere formale sul piano istituzionale, ma non reale e sostanziale sul piano geopolitico. Ed è una contraddizione destinata a pesare sul negoziato.
Gli Stati Uniti non considerano più l’Ucraina il principale quadrante strategico: il Medio Oriente e soprattutto la competizione futura con la Cina in Asia assorbono priorità crescenti. Washington, tuttavia, non può permettere né a Mosca di ampliare la propria influenza in Europa né, soprattutto, alla Germania di trasformare il riarmo in una nuova autonomia di potenza sul continente.
La Cina, intanto, aumenta il proprio peso geopolitico, mentre l’India, nonostante le difficoltà, vuole restare nella partita come potenza autonoma. In questo intreccio di interessi, Kiev rischia di diventare il terreno sul quale si confrontano strategie molto più grandi di lei. Zelensky resterà indispensabile al negoziato, ma rischia di essere progressivamente schiacciato dagli interessi delle grandi potenze
La domanda sarà: chi stabilirà il quadro nel quale quella decisione dovrà essere presa?
La stessa logica vale per il piano ucraino di rendere sempre più rischioso il traffico aereo civile nello spazio russo. Kiev ha chiesto all’ICAO, l’organizzazione internazionale dell’aviazione civile, di sostenere un divieto dei voli civili nello spazio aereo russo, sostenendo che l’intensificazione dei droni e dei missili rende il traffico sempre più pericoloso. Zelensky ha avvertito le compagnie aeree e gli assicuratori dei rischi crescenti. La strategia ucraina punta dunque anche a fare del cielo russo un ambiente economicamente e commercialmente sempre più difficile.
È una forma di pressione molto particolare: non mira soltanto a distruggere un obiettivo militare, ma a rendere più costoso il funzionamento normale del territorio russo.
Qui, però, va chiarito un punto: l’eventuale invocazione dell’articolo 5 della NATO non significa automaticamente guerra. La risposta può andare da una semplice solidarietà politica fino a un intervento militare, lasciando agli alleati un margine di scelta estremamente ampio. È proprio questa ambiguità, mantenuta anche dagli Stati Uniti, a rendere l’articolo 5 tanto deterrente quanto imprevedibile
La guerra come competizione multilivello
Sul terreno, la Russia cerca di logorare l’Ucraina senza aver ancora ottenuto il collasso operativo delle sue linee. Kiev risponde con una guerra sempre più sofisticata di droni e attacchi in profondità. Sul piano finanziario, l’Ucraina dipende sempre più dalla capacità degli alleati di continuare a sostenerla. Sul piano diplomatico, le grandi potenze preparano il terreno per una possibile trattativa. E in Europa il riarmo sta modificando rapporti di forza che sembravano consolidati.
La Russia, intanto, non si limita a guardare a Pechino. Ivan Timofeev parla di un sistema internazionale ancora privo di blocchi globali rigidamente contrapposti; Dimitri Trenin insiste sulla politica multivettoriale e sulla necessità di sfruttare le divisioni occidentali; Timofei Bordachev guarda alla Germania come possibile perno di una futura ridefinizione del rapporto fra Russia ed Europa. E Sergei Lavrov, ministro degli Esteri russo, ha indicato una prospettiva ancora più ampia: una futura architettura di sicurezza continentale aperta agli Stati eurasiatici e adeguata a un ordine internazionale multipolare.
Non è detto che questa visione prevalga. Ma sarebbe un errore ignorarla. Perché il problema della guerra in Ucraina non è soltanto capire chi conquisterà quale villaggio o quale città. La questione decisiva è capire quale ordine europeo nascerà quando i combattimenti finiranno.
Un’Europa più armata ma non necessariamente più unita? Una Germania nuovamente centrale negli equilibri continentali? Una Francia che spinge per una maggiore autonomia strategica senza averne le risorse? Una Polonia sempre più importante sul fianco orientale? Un rapporto transatlantico ancora dominante o progressivamente più autonomo? Una Russia definitivamente orientata verso l’Asia o interessata, prima o poi, a riaprire una finestra sull’Europa? Sono queste le domande che stanno dietro il negoziato.
Ed è per questo che la pace non può essere ridotta semplicemente a una formula territoriale. La guerra finirà quando i protagonisti troveranno un equilibrio che considerano più conveniente della prosecuzione della guerra. Ma la vera partita sarà stabilire quale equilibrio.
Ed è qui che l’Europa rischia di scoprire la propria contraddizione fondamentale: può disporre di enormi risorse economiche, di una crescente capacità militare e di un mercato continentale gigantesco, ma non per questo diventa automaticamente una potenza geopolitica unitaria.