Russia e Ucraina: dove non arrivano Putin e Zelensky arriva Telegram 

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L’arresto del fondatore e capo dell’app di messaggistica Telegram, Pavel Durov, avvenuto sabato scorso in Francia, ha fatto partire un vasto dibattito sull’impatto di Telegram nell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, con accuse incrociate: gli ucraini e i filo-ucraini incolpano il Cremlino di voler fare del servizio il suo servizio di spionaggio, mentre i russi e i filo-russi incolpano gli occidentali di voler trasformare Telegram in uno strumento della Nato. In realtà, la guerra ha trasformato radicalmente il panorama mediatico in entrambi i Paesi, facendo di Telegram una delle principali fonti di notizie sia per gli ucraini sia per i russi, che lo usano anche per tantissime altre cose, dallo shopping alle comunicazioni tra i soldati che stanno combattendo, passando per il gossip quotidiano.

Telegram fu fondato nel 2013 in Russia da Durov – già papà di VKontakte, ossia la versione russa di Facebook – e da suo fratello. L’anno dopo trasferirono la sede dell’app negli Emirati Arabi Uniti e nel 2018 resistettero con successo a un tentativo da parte di Putin di controllare il servizio. Oggi Telegram ha circa 950 milioni di utenti nel mondo e oltre 100 milioni in Russia. La possibilità che Telegram possa chiudere del tutto o parzialmente, oppure che Durov garantisca qualche tipo di accesso alle autorità francesi a chat o conversazioni private – improbabile, considerate le regole dell’Unione Europea – fa preoccupare alcuni propagandisti putiniani, come Margarita Simonyan, che ha invitato i russi a cancellare l’app al più presto.

Ma non va sottovalutato l’impatto di Telegram in Ucraina, dove gli utenti sono circa 30 milioni – in pratica lo usano tutti, o quasi. Gli ucraini sono letteralmente ossessionati dall’app: la controllano di giorno e notte per avere notizie dal fronte, dagli amici emigrati, dalle famiglie lontane, o per leggere analisi che non passano sulla tv di Stato – un canale unico controllato sostanzialmente dal Governo. Ma è lo stesso presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, a usare Telegram come fonte di comunicazione importante, così come innumerevoli sindaci e amministratori locali: i canali Telegram dedicati alla guerra h24 hanno il nome di una città, di un quartiere, di un’unità militare, di un’azienda, di un movimento politico, di un gruppo culturale di nicchia. Ogni ucraino ne ha decine, causando a sé stesso stress e perdita di sonno.

Anche i russi apprezzano Telegram per l’accessibilità, la diffusione di notizie in tempo reale e la mancanza di censure. Oltre ai canali gestiti da individui comuni, ci sono pure i Vip della politica: come Ramzan Kadyrov, leader ceceno alleato di Putin, che con la guerra ha visto crescere i suoi follower da 300.000 a quasi due milioni. Yevgeny Prigozhin, il capo del gruppo mercenario russo Wagner morto un anno fa in un incidente aereo, documentò la sua rivolta armata contro Putin proprio sul suo canale Telegram. Anche Alexei Navalny, il principale oppositore del Cremlino morto in un carcere russo sei mesi fa, era attivissimo su Telegram.

Se il Cremlino ha evitato di vietare Telegram, a differenza di altre piattaforme, è perché ospita discussioni fortemente anti-liberali e anti-progressiste, che vanno dalle teorie paranoiche no-vax ai contenuti anti-americani. I canali più seguiti sono spesso anonimi, gli autori possono dileguarsi quando vogliono e non aderiscono agli standard giornalistici, spesso diffondendo informazioni non verificate e usando retorica emotivamente carica. Ma anche gli ucraini hanno un problema Telegram se ignorano tutti questi rischi. Uno studio del 2022 condotto dall’Istituto di Comunicazione e Media ucraino ha lanciato l’allarme: l’alfabetizzazione mediatica degli utenti di Telegram è molto bassa, il mercato pubblicitario sull’app funziona in modo molto opaco e la dipendenza del Paese dall’app dovrebbe preoccuparci. Un’altra funzione molto diffusa di Telegram in entrambe le società non si può dire in pubblico: procacciare sostanze stupefacenti e servizi sessuali agli utenti.

La centralità di Telegram nell’esercito russo, i video cruenti ripresi con bodycam indossate dai soldati o i deliri della propaganda russa più esoterica non devono far dimenticare che anche i soldati ucraini usano l’app regolarmente per scambiarsi informazioni riservate di natura militare. Oppure l’importanza enorme di Telegram per gli ucraini comuni, che hanno una tendenza storica – non mutata con l’invasione – di diffidare del proprio governo. Dopo l’arresto di Durov, non sappiamo quale sarà il destino dell’app e quante persone la stiano cancellando, per paura di essere controllate. Sappiamo però che il successo di Telegram, anche in Ucraina, è il segnale più vistoso dei limiti dei media tradizionali e delle istituzioni occidentali, e della profonda crisi di fiducia che attraversa gli ucraini.