Quella a cui stiamo assistendo ora, tra Russia e Ucraina, è in pratica una cruenta gara di corsa. Le truppe russe, ormai da mesi, stanno avanzando verso Ovest nel Donbass, conquistando un villaggio dopo l’altro, una città dopo l’altra. In quella regione gli ucraini oppongono una fiera resistenza ma la sostanza è che pian piano si ritirano e cedono terreno ai russi. Proprio in queste ore è la volta di Toretsk, nel distretto di Bakhmut, una città che nel 2022 aveva più di 30 mila abitanti. I russi seguono la tattica già applicata in casi simili. L’artiglieria batte il terreno. Poi piccoli gruppi della fanteria si insinuano nel tessuto urbano, si attestano e coprono l’arrivo di altri soldati. Costituita una testa di ponte, arrivano anche i mezzi blindati. Dove la resistenza è più forte, viene chiamata l’aviazione. Toretsk, dove nelle scorse settimane è stata realizzata una massiccia evacuazione della popolazione civile, è stata investita da tre direzioni e non sembrano esserci molti dubbi sul fatto che la sua sorte sarà analoga a quella dei centri precedentemente conquistati dalle truppe di Mosca. Anche se conterà il tempo, cioè la durata della resistenza ucraina.
Perché Toretsk è importante di per sé. Ma la caduta della città è fondamentale, per i russi, per poter procedere all’assalto di Pokrovsk, 70 chilometri più a Ovest, centro che nel 2022 aveva oltre 60 mila abitanti e che da giorni sta procedendo a evacuare i civili. Pokrovsk è uno hub fondamentale per i trasporti, i rifornimenti e le comunicazioni degli ucraini. È il loro ultimo vero caposaldo nel Donbass. Detto in poche parole: se i russi riuscissero a prendere questa città, arriverebbero vicinissimi all’obiettivo di conquistare l’intero Donbass. E, in una prospettiva più ampia anche se difficilmente praticabile, avrebbero comunque una porta aperta verso la pianura di Poltava e verso Kiev.
Ed è esattamente questa la ragione per cui i comandi ucraini hanno varato l’audace operazione nella regione russa di Kursk. Zelensky e il comandante delle forze armate Oleksandr Syrsky hanno rovesciato il teorema del generale Zaluzhny (predecessore di Syrsky) e, invece di attestare l’esercito per permettergli di rifiatare, l’hanno mandato all’assalto della zona russa di confine. E lo hanno fatto usando le truppe migliori e quasi tutto l’arsenale delle armi più efficienti (missili Usa, droni britannici, mesi corazzati tedeschi) che hanno ricevuto dagli alleati occidentali. L’obiettivo è piuttosto chiaro: conquistare una porzione di territorio russo, attestarsi e usare lo spazio russo occupato come moneta di scambio per un’eventuale trattativa. Nella peggiore delle ipotesi, per spingere i comandi russi a distrarre truppe dal Donbass e a spostarle nella regione di Kursk, allentando quindi la pressione su Pokrovsk. L’andamento delle operazioni lo conferma: prima il tentativo di raggiungere la centrale nucleare di Kursk con un’avanzata-lampo; poi, con il bombardamento dei ponti, l’idea di ritagliare un pezzo di Russia da usare come moneta di scambio.
È un piano audace, ben congegnato, sicuramente concepito di concerto con le intelligence occidentali. E si collega con le voci di fonte americana su una trattativa mediata dal Qatar che avrebbe dovuto portare a una sospensione dei raid sui rispettivi sistemi energetici (centrali elettriche, raffinerie, depositi di petrolio) e da lì, chissà, a una tregua più ampia. A una possibile trattativa avevamo già fatto cenno anche qui. Le voci poi emerse dicono che la trattativa fosse a buon punto, addirittura che mancassero pochi particolari. Se così davvero fosse, vorrebbe dire che gli ucraini hanno “barato”, parlando di trattativa mentre preparavano l’assalto su Kursk, oppure che hanno colto al volo, a proposito di Kursk, una finestra di opportunità prima non prevista o non possibile.
Il ministero degli Esteri russo ha smentito, dicendo che non c’era alcun trattativa in corso. Né in Qatar né altrove. Anche qui, diverse ipotesi sono possibili: non è vero e il Cremlino dice così perché non vuole ammettere di essere stato “fregato”, oppure è vero e la cosa avrebbe una logica, visto che gli attacchi russi fanno molti più danni al sistema energetico ucraino di quanto quelli ucraini ne facciano a quello russo. Non a caso in Ucraina sono già ricominciati i black out programmati per alleggerire il carico della rete elettrica.
Ora bisogna vedere chi tra Russia e Ucraina arriverà prima al traguardo. La sorte del Donbass, nel medio periodo, pare segnata. Ma il tempo conta, sia per i russi sia per gli ucraini. Per quanto tempo i russi potranno ancora avanzare nel Donbass senza spostare forze importanti verso la difesa di Kursk? E per quanto tempo ancora gli ucraini potranno tenere le posizioni nella regione di Kursk?
Per ora il Cremlino ha reagito con freddezza. L’ampiezza e il ritmo delle operazioni nel Donbass non è cambiato. È come se Vladimir Putin avesse deciso di “sacrificare” una parte della difesa di Kursk per continuare ad avanzare nel Donbass. Le forze russe, oltre a resistere nel proprio territorio, colpiscono con regolarità le retrovie ucraine intorno alla città di Sumy, per isolare le avanguardie che sono entrate in territorio russo e rendere difficoltosi i rifornimenti. D’altra parte, la propaganda ucraina e russa rende impossibile sapere con esattezza quale sia l’andamento reale dei combattimenti. La rivista Forbes, per esempio, ha scritto che gli ucraini nella regione di Kursk perdono mezzi corazzati a un ritmo doppio rispetto al “solito”. Zelensky ha vantato la conquista di “mille chilometri quadrati di territorio russo” ma il canale specializzato War Mapper, con l’aiuto di immagini satellitari, ha censito “solo” 320 chilometri quadrati. I russi, per parte loro, parlano di centinaia di vittime ucraine al giorno, cosa che pare almeno esagerata.
Come è sempre successo in questa guerra, sarà il tempo a raccontarci porzioni più ampie della verità. Con una differenza: adesso di tempo ce n’è poco, sia per la Russia sia per l’Ucraina.
