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L’accesso ai mari caldi e il controllo delle rotte commerciali più importanti è da sempre uno dei punti fermi della Russia. Una strategia consolidata nel tempo per un Paese che solo in epoca moderna ha conosciuto l’importanza della Marina e che dai tempi dell’Unione sovietica ha accresciuto la sua capacità di schierare uomini e navi in vari quadranti del mondo allo scopo di proteggere i propri interessi.

L’ultima notizia legata a questo interesse di Mosca per le rotte marittime anche più lontane dalle coste russe è quella che è stata fatta circolare di recente proprio dal governo della Federazione sull’accordo siglato con il Sudan per avere una base navale in territorio africano. La bozza dell’accordo, resa pubblica da Mosca, prevede la costruzione di una base che avrà formalmente le caratteristiche di un centro logistico e di manutenzione delle navi. Ma è chiaro che dietro la forma, è la sostanza quella che conta. Non solo per la possibilità della Marina russa di proiettarsi in un territorio molto distante dal proprio storico raggio d’azione, ma anche perché mostra come l’attivismo di Vladimir Putin in quello che è considerato il Mediterraneo allargato è tutt’altro che terminato dopo l’iniziativa siriana. Il principio che ha acceso la strategia di Putin in Siria, e cioè quello di non perdere l’unica base del Mediterraneo orientale, si è cristallizzato ora anche nel Mar Rosso, via d’accesso al Mediterraneo ma anche (in senso contrario) verso l’Oceano Indiano e il Golfo Persico. In questo senso, non va sottovalutato che anche Tartous, la base siriana della Marina russa, veniva considerato in un primo momento come centro logistico: segno che la definizione non è poi così granitica e certa come si possa pensare.

L’accelerazione di Mosca sul fronte del Mar Rosso non è comunque un fulmine a ciel sereno sia per quanto riguarda il Sudan in particolare sia per l’interesse russo nei confronti dell’Africa e, in particolare, per quella orientale. I rapporti tra Mosca e Khartoum in questi anni sono sempre apparsi estremamente cordiali e negli ultimi anni hanno visto anche una crescita degli accordi sul fronte militare culminati con alcuni accordi siglati sia nel 2017 che nel 2019. Sono anni che si parla di una partnership strategica della Russia in Sudan che avrebbe avuto poi come completamento l’installazione di una base navale della flotta di Mosca. E i rapporti sempre più solidi tra i due Paesi sono stati anche aiutati dalla normalizzazione dei rapporti tra Sudan e Israele, interlocutore essenziale del Cremlino in tutta l’area mediorientale, dalla Siria al Caucaso fino alla Libia e, appunto, al Corno d’Africa.

La diplomazia di Mosca in Africa, in questi anni non si è mai fermata. Complice un ripensamento dei piani americani nel continente, l’inserimento della Cina e la debolezza degli attori europei, la Russia, anche per compensare il rischio di rimanere isolata – obiettivo palesato in particolare dall’amministrazione Obama – ha riacceso una serie di rapporti di amicizia nati ai tempi dell’Unione sovietica con diversi Stati africani. Questo ha permesso alla Federazione da un lato di mostrarsi ancora una super potenza in grado di influenzare aree distanti dai suoi confini, ma dall’altro lato ha anche dato modo a Mosca di consolidare posizioni in un mondo, quello dell’Africa orientale, che è di particolare rilevo per le rotte commerciali e militari che collegano il Mediterraneo e l’Oceano Indiano. Non a caso da anni la stessa flotta russa è impegnata nelle operazioni anti pirateria al largo di Aden come buona parte degli Stati europei, occidentale e asiatici: segno che quelle rotte che solcano il Mar Rosso rimangono ancora di primaria importanza strategica per tutti gli Stati coinvolti nei traffici.

La notizia della base in Sudan – il contratto prevede una concessione di 25 anni prolungabili per altri dieci – consente quindi a Putin una triplice vittoria. Da un lato, la presenza militare in un Paese di un altro continente permette al Cremlino di confermarsi una potenza dalla proiezione strategica ancora da “grande”, evitando il rischio di rimanere bloccata di fronte all’attivismo turco e alla presenza radicata di America e Cina. E il fatto che siano in corso ancora negoziati serrati tra Khartoum e Washington è un segnale ancora più evidente del tempismo del governo russo. Dall’altro lato, la base sulla coste sudanesi dà alla flotta russa la possibilità di evitare spostamenti estremamente lunghi per le navi impegnate nell’area del di Aden e del Golfo Persico, senza fermarsi necessariamente a Tartous. Infine, la vicinanza all’hub strategico mondiale di Gibuti, allo Yemen e alle rotte principali delle flotte Nato fa sì che Mosca abbia un occhio fisso su un corridoio economico, energetico e militare di importanza fondamentale per gli equilibri regionali e non solo. E tutto questo accade mentre in Libia è avvenuta una spartizioni di zone di influenza con la Turchia come accaduto – in maniera più netta- in Siria e ora nel Caucaso. Succederà anche nel Mar Rosso? La presenza turca più a sud, in Somalia, unita alla base in Qatar, verso est, potrebbe dare a questa domanda una interessante risposta affermativa.