La guerra in Ucraina prossima a finire? Non ne sembra convinto Vladimir Putin, che nei giorni scorsi ha firmato il bilancio per la Difesa della Federazione Russa nel 2025, destinando molte nuove risorse a un comparto militare già ampiamente sovvenzionato per la gestione del conflitto. Rispetto all’anno in corso il bilancio per la Difesa della Russia aumenterà nel 2025 di 28 miliardi di dollari, a quota 126 miliardi, pari a poco meno di un terzo di tutte le spese dello Stato russo. Contando le spese accessorie, dalle pensioni d’anzianità e invalidità agli investimenti di carattere scientifico, industriale e tecnologico collaterali, le spese militari di vario tipo toccheranno complessivamente il 41% del bilancio di Mosca.
Spese militari in volo
I record segnati nel 2023 e nel 2024 saranno dunque nuovamente infranti. E questo significa che Mosca prevede una costante mobilitazione delle sue forze armate sul teatro ucraino e prevede inoltre l’espansione delle necessità operative su altri teatri. Impossibile non pensare al nuovamente caldo scenario siriano in quest’ottica, o al duello a distanza con gli Stati Uniti per ridisegnare gli equilibri di potenza nell’ambito nucleare.
Ora, in vista 2025 tanti non fanno che parlare delle prospettive di fine del conflitto ucraino. Il cancelliere tedesco (con ogni probabilità uscente) Olaf Scholz ha telefonato a Putin per riaprire un dialogo fermo da quasi tre anni. In America il presidente eletto Donald Trump ha scelto il generale Keith Kellogg, fautore della fine del conflitto, come inviato speciale per l’Ucraina. Perfino Volodymyr Zelensky non ha chiuso a una prospettiva negoziata verso l’armistizio se a Kiev sarà concessa la strada verso la Nato.
Tutto ciò si scontra, però, con una premessa fondamentale: per negoziare bisogna essere in due, o meglio in due fronti. E ora come ora non c’è certezza circa il fatto che Putin voglia sedersi al tavolo delle trattative. Del resto, la guerra in Ucraina vede i russi nella loro migliore condizione sul campo, capaci di avanzare con inesorabile gradualità nel Donbass mentre Kiev è a corto di uomini e di mezzi. Il sostegno occidentale non sembra aver lo smalto di un tempo e nel frattempo la prospettiva di una conquista militare delle regioni rivendicate dalla Russia come sue province appare a portata di mano nei prossimi mesi.
A ciò si aggiunge un elemento di sostanziale sfiducia. Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, Putin sa di esser destinato ad aver a che fare col fautore dell’America First, un leader che nel suo primo mandato non è stato, al di là di certa vulgata, tenero con la Russia, inaugurando la fornitura d’armi pesanti all’Ucraina e sfidando Mosca sull’aumento delle sanzioni e sull’export di gas nel mercato europeo per sfidare l’oro blu russo.
La Russia vuole davvero negoziare?
Del resto, l’Australian Strategy Policy Institute (Aspi) in uno studio ricorda che “nessun leader occidentale, Trump compreso, ha un piano per porre fine alla guerra che sarebbe lontanamente accettabile per Putin“. L’Aspi afferma che “nessuna delle soluzioni ipotizzate si avvicina minimamente a soddisfare le richieste russe di un governo filo-russo a Kiev e di una Nato che non ammetterà mai l’Ucraina come membro”. Comprensibilmente, poi, “ci sono anche molti a Mosca che sostengono che la Russia non dovrebbe sprecare il suo attuale vantaggio sul campo di battaglia per la vana promessa di colloqui con Washington”, ispirati al principio trumpiano di “pace attraverso la forza“.
Il bilancio russo in espansione è per ora manifestazione di tale realtà. Certo, l’Institute for the Studies of War ricorda che “l’aumento della spesa per la difesa russa non equivale necessariamente a un aumento uno a uno delle capacità militari russe, soprattutto considerando che finanziamenti significativi vengono destinati al pagamento di benefici ai soldati russi, ai veterani e alle loro famiglie”, ma questo consolidamento della Russia è sicuramente indicativo di una volontà ancora orientata a pensare a un 2025 di lotta. Non sarà facile venire a patto con Mosca per i leader occidentali e presto potrebbe essere palese che l’unica garanzia per la pace passi proprio per capire quali siano le “garanzie di sicurezza” chieste da Putin prima di invadere l’Ucraina nel 2022 e a lungo trascurate dal campo euroatlantico.