La guerra civile in Sudan si avvicina al terzo anniversario, il prossimo 15 aprile, e nel quadro dell’interdipendenza tra i conflitti che perturbano profondamente l’ordine globale sta venendo impattata dalle conseguenze della Terza guerra del Golfo e dall’attacco di Israele e Usa contro l’Iran.
Come prosegue la guerra in Sudan
Il confronto tra le Forze Armate Sudanesi (Saf), l’esercito regolare fedele al regime castrense di Abdel Fattah al-Buhran che governa a Khartoum, e le Forze di Supporto Rapido (Rsf) ribelli guidate da Mohamed Hamdan Dagalo, detto “Hemedti”, dopo un 2025 di inaudita ferocia contraddistinto, in particolar modo, dalla campagna di massacri di massa delle Rsf nell’area del Sudan occidentale occupato e dall’accusa di genocidio contro i popoli non arabi dell’area, è influenzato direttamente dalla situazione di conflitto. E la crisi riguarda principalmente le truppe di Hemedti che, come noto, hanno avuto negli Emirati Arabi Uniti un importante sponsor e il principale fornitore di armamenti, logistica, sostegno operativo.
Con Abu Dhabi e Dubai messe nel mirino dall’assalto iraniano promosso da Teheran come risposta agli attacchi israelo-americani per rovesciare il regime e deteriorare le capacità balistiche del Paese, i rifornimenti degli Emirati ai ribelli sudanesi sono decisamente incerti e non c’è certezza di quanti carichi possano essere giunti, via Etiopia e Kenya, dal 28 febbraio, giorno dello scoppio del conflitto, a oggi.
Gli Emirati Arabi Uniti riducono la presenza in Sudan?
Gli Emirati Arabi Uniti combattono una battaglia esistenziale non tanto per la sopravvivenza materiale quanto per difendere il loro ruolo di porto sicuro per gli affari, paradiso nel quadrante del Golfo e hub di interconnessione globale che è alla base della loro prosperità. E mentre le scorte di intercettori in ridimensionamento e i dubbi sulle future mosse di Usa e Israele inquietano il Golfo, le Rsf sono indirettamente messe sotto pressione. Le Saf sono state in avanzata nella regione contesa del Kordofan, che le Rsf pensavano di consolidare come perno del loro personale Stato.
Il 5 marzo, Agenzia Nova prospettava l’ipotesi che le forze armate sudanesi potessero espandere il loro raggio d’azione in caso di prolungato deterioramento del sostegno emiratino. Più di recente The Cradle ha parlato di prospettive di un “rapido collasso” delle Rsf. Questa affermazione è per ora prematura, ma indica un possibile trend che una durata prolungata della guerra può alimentare. Ad oggi lo scenario è quello di un prosieguo della guerra di logoramento che ha già provocato centinaia di migliaia di morti e milioni di sfollati.
Al Jazeera ricorda che la diplomazia è frenata, e ricordando che “il 12 settembre 2025, dopo mesi di negoziati guidati dagli Stati Uniti, il Quad – composto da Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto – ha proposto una tabella di marcia per porre fine alla guerra” ma ora ” le crescenti tensioni tra due membri del Quad, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, ora gettano un’ombra sui negoziati relativi alla tabella di marcia”. Abu Dhabi è tutt’altro che un mediatore neutrale, e anche Riad sta passando fortemente a sostenere Khartoum, seguendo sul suo terreno la Turchia che, assieme al Qatar, già appoggia apertamente le forze anti-Rsf.
L’ombra iraniana sul Sudan
In tal senso, è bene ricordare che Khartoum può contare anche su un partner di peso, il cui sostegno è stato a lungo sottovalutato: l’Iran. Teheran ha sostenuto apertamente diverse milizie islamiste che puntellano l’esecutivo di Kharthoum.
Il Chr. Michelsen Institute nota che nel campo pro-Saf “la Brigata al-Baraa Bin Malik, una fazione armata legata al movimento islamista sudanese, ha espresso pubblicamente solidarietà all’Iran. Tale dichiarazione ha minacciato di trascinare il Sudan in un confronto geopolitico che non può permettersi”. L’Agenzia Fides riporta che “l’esercito sudanese ha incorporato nelle proprie fila circa 15.000 combattenti provenienti da una milizia armata legata ai Fratelli Musulmani dall’inizio della guerra civile nel 2023”, e di essi questa formazione è una dei massimi rappresentanti.
La Brigata al-Baraa Bin Malik ha addirittura prospettato l’idea di inviare supporti militari in Iran qualora Washington e Tel Aviv ampliassero il raggio del conflitto, ricevendo la severa reprimenda di Al-Buhran che ha intimato alle fazioni sudanesi di stare fuori dalla guerra nel Golfo. Il Dipartimento di Stato Usa guidato da Marco Rubio ha inserito la Fratellanza Musulmana sudanese nella lista delle organizzazioni terroriste di Washington.
L’arco di crisi, di conseguenza, va gradualmente componendosi in un’unica, grande tempesta macroregionale, a cavallo tra Asia Sud-Occidentale, Golfo e Africa orientale, vicino a dove insistono rotte cruciali per i commerci e i traffici energetici globali e con geometrie variabili di interessi strategici delle potenze che variano da territorio a territorio. E così l’Iran, formalmente, è dalla stessa parte della barricata in Sudan rispetto a alcuni dei Paesi su cui sta concentrando la rappresaglia anti-americana e anti-israeliana, mentre il fronte del Golfo va in frantumi sul sostegno a Rsf e Saf come era successo, nel recente passato, in Yemen. L’entropia si accumula senza sosta, mentre gli estremisti di entrambe le fazioni promettono una guerra lunga in un Sudan stremato da quasi tre anni di massacri.
Noi di InsideOver ci mettiamo cuore, esperienza e curiosità per raccontare un mondo complesso e in continua evoluzione. Per farlo al meglio, però, abbiamo bisogno di te: dei tuoi suggerimenti, delle tue idee e del tuo supporto. Unisciti a noi, abbonati oggi!